Simone Verde


9 novembre 2013
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Paolo Rosa, ben più di un videoasta

Sulla scomparsa prematura di un artista contemporaneo

 
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Con la grande installazione al padiglione Vaticano della Biennale di Venezia, il 2013 aveva segnato dopo qualche anno di assenza il ritorno di Studio Azzurro al posto di rilievo che gli spetta nella comunità artistica. Una presenza salutata dalla critica e che ora, con la scomparsa di Paolo Rosa stroncato ieri in Grecia da un infarto, diventa occasione tragica per un meritato tributo postumo. Rosa, infatti, animatore di punta del collettivo milanese non era soltanto un artista di densità intellettuale fuori dell’ordinario, ma anche un pedagogo e un teorico che da preside del dipartimento di Arte e media dell’Accademia di Brera ha formato generazioni di giovani ai principi di un’estetica dell’impegno civile. La sua carriera più che quarantennale, cresciuta nel dibattito milanese degli anni Settanta, era approdata all’esito che lo ha reso noto, quella del video multimediale, proprio attraverso una riflessione sulle capacità della tecnologia di ampliare gli orizzonti del simbolico e di mutare le modalità di relazione linguistica e sociale. Impegno che in una intervista recente gli faceva ricordare quanto «in questo momento il mondo chieda qualcosa all’arte». E che «l’arte – concludeva – deve rispondere con una presa di responsabilità, restituendosi una funzione all’interno della dimensione sociale».

Era la sua intenzione profonda, così come quella dei colleghi con cui nel 1982 fondò Studio Azzurro, Fabio Cirifino e Leonardo Sangiorgi, convinti che il loro lavoro avesse il potere allargare gli orizzonti culturali, agendo sui meccanismi della reinvenzione linguistica. Un continuo gioco liberatorio delle convenzioni e di sperimentazione ispirato in gran parte a Wittgenstein e alla Cibernetica che nella ricerca dei tre artisti ha preso la forma di un video-laboratorio interattivo dove la tecnologia delle immagini non viene utilizzata come strumento estatico o propagandistico, ma come mezzo per moltiplicare le possibilità di relazione intersoggettiva. L’intuizione, sostenuta da una non comune sapienza tecnica, avrebbe funzionato a tal punto da inanellare rapidamente una serie ininterrotta di partecipazioni internazionali. Da Documenta 8 di Kassel, con un lavoro a metà installazione a metà spettacolo, ai maggiori centri espositivi contemporanei italiani ed europei, fino alla Biennale di Venezia attualmente in corso. Con un padiglione, dal titolo In principio e poi… che sembra una summa teorica del lavoro del gruppo, visto che nella riflessione video sul testo della Genesi a interloquire con il pubblico sono detenuti, in un risultato certamente di alto impatto estetico, ma dove lo choc linguistico passa attraverso la comunicazione sociale.

La carriera di Rosa non è solo Studio Azzurro. Così come quest’ultimo non si fermerà – o così si spera – dopo la scomparsa del più noto e forse più brillante suo componente. Prima del 1982, infatti, Rosa si era già fatto conoscere al Festival dei due mondi di Spoleto e alla Quadriennale di Roma, fino alla Biennale di Venezia del 1976 e alla Mostra del Cinema del 1980 con un film, Facce di festa, da cui prese avvio la fase più intensa di ricerca video che avrebbe portato alla nascita del collettivo. Sempre, però, seguendo l’obiettivo di un’arte come spazio di libera e catartica reinvenzione linguistica. In Studio Azzurro, storica rimarrà l’installazione Il nuotatore del 1984, con musiche di Peter Gordon a palazzo Fortuny di Venezia che sembrò una risposta brillante e dubbiosa alle certezze del minimalismo. Poi, tra le numerosissime installazioni: Megalopolis alla Biennale di architettura del 2000 diretta da Massimiliano Fuksas, Sensitive City all’Expo di Shangai e Fare gli italiani, alle celebrazioni del centocinquantenario dell’unità d’Italia, solo tre anni fa. Da allora, una fase di relativo silenzio, fino all’attuale padiglione Vaticano. Non inferiore, infine, l’attività di teorico riassunta nel recente L’arte fuori di sé. Un manifesto per l’età post tecnologica pubblicato nel 2011 con Andrea Balzola per Feltrinelli.

Un lungo e denso percorso, perciò, quello di Rosa, parallelo e non del tutto riassumibile nell’avventura mirabile di Studio Azzurro. Un profilo estremamente contemporaneo che in Italia, tuttavia, ha svolto un suo ruolo eccentrico nella difficoltà a integrarsi in un panorama dove a dominare sono state troppo a lungo categorie tradizionali, come “pittura”, “scultura”. Non periferico, vista la qualità della proposta, ma di certo non centrale quanto avrebbe dovuto, confinato troppo spesso nella categoria un po’ desueta di “video arte” e che si spera verrà presto valutato a giusto titolo nell’alveo generale delle maggiori imprese artistiche contemporanee.






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