Simone Verde


9 novembre 2013
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Ministro Bray, coraggio!

I tentativi di riforma e chi rema contro

 
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Sembra che lo facciano apposta. O almeno così ci piace crederlo. Ovvero vorrei, vorremmo pensare che il ministro Massimo Bray ce la stia mettendo tutta per raddrizzare finalmente la rotta del Mibact, ministero ingrato quanto fondamentale (almeno così dovrebbe essere) oggetto di crisi terribile ormai da almeno un decennio. E sembra che ogni volta che riesca a fare un passo avanti, poi il peso degli interessi altri lo tiri per la giacca perché ne faccia uno indietro.

Non voglio entrare qui nel merito della proposta di riforma dell’elefante spiaggiato al Collegio Romano presentata martedì da Bray stesso, una cosa, però, in quella bozza di riforma c’è scritta chiaro e tondo: e cioè che la professione di chi si occupa di Beni culturali ha una sua specificità che richiede uno sforzo supplementare per un’adeguata formazione professionale da parte del ministero. Vi si parla, addirittura, di una scuola di formazione per i futuri amministratori e operatori del settore come quell’École du Louvre dove si è diplomato chi scrive: basta con l’improvvisazione.

Ci sarebbe molto da dire a quel poco che è dato di sapere, poiché neanche l’idea di una formazione professionale ad hoc basta, se poi questa è gestita e affidata solo all’università, ma passi. Se ne parlerà in altra sede. Quello che non si capisce, però, è cosa c’entri allora, per ricoprire la figura di Direttore Generale di progetto di Pompei, un uomo come Giuseppe Scognamiglio, così come dopo rumors di ogni tipo e provenienza, ha messo per iscritto un articoletto del Sole24ore pubblicato mercoledì 6 novembre.

Niente contro la persona, ovviamente, Scognamiglio sarà pure un bravissimo funzionario del Ministero degli Esteri distaccato per occupare i vertici di Unicredit. Nessuno lo mette in dubbio. Ma cosa ne sa della specificità di Pompei? Ecco, se il ministro sembrava finalmente voler restituire ai Beni Culturali quell’autonomia scientifico-culturale, e al suo personale voler conferire quella competenza specifica, che gli mancano da troppo tempo, ora arriverebbe, se confermato, il disastroso passo indietro provocato, pare, dalle “sollecitazioni” di altri influenti membri del Governo (vedi Patroni Griffi).

Il disastro di Pompei è stato, malgrado la buona riforma della prima autonomia, l’impossibilità di assumere personale. E cioè la necessità di rinunciare a quelle maestranze interne capaci di salvare il patrimonio secondo tecniche omogenee alla loro premoderna materialità: dai lucidatori a cera degli affreschi agli operai che continuavano a utilizzare calce e malta secondo ricette non dissimili da quelle antiche.

Esiste, è chiaro, il problema dello smantellamento degli interventi in cemento armato che negli anni Cinquanta hanno aggravato del loro peso le strutture antiche e pian piano le stanno sbriciolando a terra, ma questo nodo spinoso, che riguarda tutta l’area ha bisogno di un approccio che sia manageriale, certo, ma anche basato su competenze capaci di valorizzare metodologie adatte, grazie a un’approfondita conoscenza del problema.

Perché non partire proprio da Pompei, quindi, per dare l’esempio e l’avvio a una gestione culturale e patrimoniale non più subalterna, ma dotata di tutte le complesse competenze che sono necessarie? Quelle scientifiche-archeologiche, certo, ma che si accompagnino alla capacità di renderle carne viva contemporanea e non soltanto di isolarle in un mondo autoreferenziale di scartoffie, mentre della cura degli “affari” si occupa qualche tecnico di diversa estrazione.

Un vero soprintendente non dovrebbe essere soltanto un conoscitore della materia, in emulazione-competizione, per di più quasi sempre subalterna, ad un’accademia anch’essa in grave crisi culturale, ma un intellettuale vivo, una personalità dotata di un progetto culturale, capace di farne patrimonio condiviso, di saper articolare il proprio sapere nelle necessità del presente, così come è richiesto in tutt’Europa e insegnato in tutte le scuole di formazione del settore nel mondo. Pompei, da questo punto di vista, dovrebbe essere un centro di conservazione ma anche di studio delle tecnologie antiche nell’interesse del presente.

A questo Governo dice qualcosa il tema dello sviluppo sostenibile? Del recupero di saperi che vanno oltre all’ideologia alienante della modernità, ripartendo proprio da conoscenze rimosse? L’archeologia, oggi, dovrebbe essere anche questo, e così, ovviamente, pure la gestione di un sito come Pompei che ha il potenziale incredibile di un centro di ricerca nutrito dagli insegnamenti della tutela.

Per far questo, ovviamente, servono le persone giuste, e Scognamiglio non ci pare certo una di queste. Ma soprattutto, oltre il nome, una scelta così dimostrerebbe ancor più l’irrilevanza cui è condannato il patrimonio culturale: tanto insignificante da poter essere gestito con logiche estranee alle competenze di cui è portatore.

Ministro Bray, sappiamo che è d’accordo con noi: coraggio! Dimostriamo che anche in Italia è possibile un destino di reale innovazione culturale non più subalterno, capace di dare suggerimenti utili alla società e all’economia.







  1. Magari il problema è solo economico. Mancano i soldi per mettere in piedi un progetto integrato per la salvaguardia degli scavi di Pompei.
    Forse dovremmo cedere alle lusinghe dei privati che, in cambio di vantaggi commerciali e pubblicitari, sarebbero disposti a metterci i quattrini. Della Valle docet.
    Alba



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