Simone Verde


9 novembre 2013
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Il Pantheon di Cesare de Seta

La riedizione di un classico della storiografia artistica

 
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Viale delle Belle Arti non è certo una collazione nostalgica di saggi, articoli, recensioni. Ma a rileggerlo ora che è uscito per Bompiani (in edizione finalmente economica a 14 euro), si viene assaliti dalla nostalgia. Non poteva essere altrimenti, d’altronde, visto che questa raccolta degli scampoli critici di uno dei più acuti storici dell’arte e dell’architettura italiani degli ultimi cinquant’anni finisce per risolversi in un viaggio in mezzo secolo di dibattito storiografico. Cesare de Seta, l’autore, non è stato soltanto allievo di Rudolf Wittkower, ma ha  avuto, tra le tante altre, anche l’occasione di accompagnare un altro storico dell’arte e come l’enigmatico Anthony Blunt nel suo peregrinare napoletano alla ricerca delle origini culturali e filologiche del barocco meridionale. E così come indica il sottotitolo – Maestri e amici –, il suo libro diventa una passeggiata dove «ci si imbatte in busti di artisti e musicisti, di letterati e poeti», in una galleria di ritratti intellettuali proprio come certi Viali delle belle arti delle città italiane.

La nostalgia per i tanti volti scomparsi, da André Chastel a Cesare Brandi e Roberto Longhi diventa vera e propria saudade, però, se si riflette al cambiamento intercorso nell’universo della critica negli stessi anni ricostruiti nel libro. Saudade, cioè nostalgia del possibile, di ciò che potrebbe essere se il profondo mutamento in parte trascorso e in parte ancora in atto non avesse spazzato via il forte legame tra ricerca artistica ed elaborazione storico-critica, trascinata via con sé dalla profonda crisi delle istituzioni accademiche. Una dinamica fortissima, inarrestabile e segno dei tempi che dall’avvento del modernismo aveva già riaperto al confronto sulla fine presunta della storia dell’arte su cui proprio Cesare de Seta ha dato in Italia uno dei contributi più densi e interessanti. Lo aveva fatto nel 1982 in un articolo dal titolo L’arcipelago delle arti che apre la rassegna del libro e in cui, in risposta al declino della storia dell’arte come disciplina accademica legata alla gerarchia ottocentesca, si suggeriva con notevole lungimiranza una via estetico-antropologica diventata poi sempre più prevalente.

Con la nascita delle avanguardie, infatti, e con l’impossibilità di una definizione univoca di arte, de Seta ha sempre opposto, sostenuto da una lunga e antica tradizione anglosassone, l’analisi dei nessi complessi tra economia del simbolico, dinamiche del potere e della distinzione sociale. Uscendo dall’analisi stilistica, perciò, e intrecciandosi in anni lontani con attenzione laica alla “cultura materiale”, ha saputo evitare le ingenuità ideologiche del pensiero marxista, cogliendo però nella sua tradizione tutto ciò che c’era di utile per un’attenzione antropologica che consentisse di uscire dall’approccio stilistico di stampo ottocentesco con una proposta costruttiva. Ne è seguita un’attenzione ai vari campi in movimento, una sfida a cogliere nell’eclissi delle vecchie categorie uno stimolo a maggiore complessità nell’analisi dei fatti artistici, testimoniata dalla lunghissima e ricchissima bibliografia che si trova a fine del volume e che costituisce un vero e proprio repertorio, senza lacune, del dibattito del secondo Novecento. Un dibattito, che purtroppo, sembra non esserci più.

Che così sia, lo si vede anche in un’altra iniziativa editoriale che riguarda, sempre in queste settimane, Cesare de Seta. Ovvero, la raccolta delle sue cronache dalla Biennale di Venezia di arte e di architettura, sin dal 1962, pubblicata da Electa con il titolo Biennali Souvenir. Ebbene, senza moralismi, il passaggio dai dibattiti alle mode, dallo strapotere dei critici a quello dei galleristi, prima, e poi dei mercanti globali è implacabile. E viene registrato da un linguaggio dell’autore che si fa sempre più, da parte in causa e partecipe attivo a osservatore, attento ma comunque esterno. Certamente una grave perdita, un’emarginazione che segna un radicale cambiamento nei protagonisti e nei meccanismi nel mondo dell’arte, e non solo contemporanea. In ogni caso, e senza moralismi, appunto, la conferma di quanto fondata fosse la via d’uscita proposta da de Seta verso un’analisi antropologica e di società. Un passo indietro, certamente, ma l’unico modo di non perdere aderenza con la realtà, di mantenere lo spirito critico in attesa di poter tornare un giorno all’intelligenza militante tramite la proposta culturale e civile. In attesa, insomma, di tempi migliori.






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