Simone Verde


9 novembre 2013
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I masochismi dell’antipolitica

Taglio degli stipendi e declino delle classi dirigenti

 
Antipolitica

Che le burocrazie di partito abbiano fallito nella loro capacità di esprimere classi dirigenti è un fatto indubbio che ha segnato nel novembre 2011 il suo punto più critico, vedendo avvicendarsi in extremis un governo democraticamente eletto con un altro di “tecnici”. Siamo sicuri, però, che la soluzione sia quella che va prevalendo in questi ultimi mesi, ovvero il dimezzamento degli stipendi, le primarie dei deputati via internet e così via?

Vorrei fare, a tal proposito, un ragionamento allarmato, e a partire da una constatazione semplice: 12mila euro di stipendio mensile per un deputato incompetente e incapace, e veramente troppo spesso arrogante e insipiente, è davvero troppo. E’ uno spreco e una cifra assolutamente irragionevole per il nulla prodotto o per il danno a volte arrecato con un’attività legislativa disordinata e incapace. Ma siamo sicuri che 6000 euro, come suggerisce Beppe Grillo, o persino 3000 sia una cifra adeguata? Personalmente credo di no.

Se permane l’incapacità e l’incompetenza, accompagnate da immancabile arroganza, perché mai 3000 euro mensili dovrebbero essere un salario congruo? Direi, spingendo fino in fondo il ragionamento, che anche 1500 euro sarebbero troppo e forse lo sarebbe persino un rimborso spese di 500. Perché mai, infatti, sovvenzionare una persona improduttiva? Il ragionamento, certo, è volutamente provocatorio e paradossale. E lo è perché vuole dimostrare come il modo con cui si sta in queste settimane affrontando il tema urgentissimo del rinnovamento è dannoso e sbagliato. Ed è anch’esso, mi verrebbe da dire, il prodotto della crisi della politica.

La presenza di stipendi sufficientemente alti, infatti – inutili privilegi collaterali a parte – in un paese normale sarebbe un fatto positivo poiché ridurrebbe i fatti corruttivi (almeno quelli di basso livello) e attrarrebbe, o dovrebbe attrarre al lavoro parlamentare persone qualificate che nel privato godono di ben più lauti stipendi. Il fatto di garantire salari alti, cioè, di per sé è un elemento potenzialmente virtuoso. Inaccettabile, semmai, è che coloro che attualmente li percepiscono siano troppi e non siano all’altezza del compito e non riescano, il più delle volte, a giustificare l’emolumento a fronte di una risibile attività parlamentare. Il problema, cioè, non sono gli stipendi, ma la qualità inaccettabile di coloro che incomprensibilmente li percepiscono.

Nel privato se un amministratore delegato non funziona lo si manda a casa, non si pensa a dimezzargli lo stipendio. Fare diversamente equivarrebbe all’atto masochistico di quel marito che decide di castrarsi per non dare piacere alla moglie che detesta. Abbassare gli stipendi quando un dirigente non va, infatti, anche per sostituirlo con un altro, significa in gran parte dei casi trovarne uno ancora peggiore.

Incredibile, perciò, e tipico della confusione mentale italiana, è che il problema venga affrontato in maniera inversa da come si dovrebbe. E cioè, invece di procedere a introdurre meccanismi seri per selezionare un personale politico all’altezza, si procede a squalificare ulteriormente la funzione, sancendo una volta per tutte che la mediocrità è un destino ineluttabile se non auspicabile.

Il ragionamento di fondo, cioè, è questo: se i politici sono degli incapaci – incompetenti per incompetenti, sia il popolo ad autorappresentarsi nelle istituzioni parlamentari e repubblicane. Un vero corto circuito populistico dalle conseguenze distruttrici. Al punto che con questo ragionamento vanno prevalendo logiche di selezione diretta, via web, prive di alcuna mediazione razionale e istituzionale in base alle competenze. Tra elettori e classi dirigenti non si dà scarto. Benissimo. La repubblica dei bambini è suggestiva e l’idea dell’autorappresentanza del popolo è da secoli seducente. Ma del popolo chi sarà mai in grado di fare gli interessi?

Che la politica sarebbe finita per soccombere vittima nelle logiche da reality show non è una sorpresa e il processo risulta accelerarsi sempre più a causa della difficile impasse di governi nazionali espropriati di ogni titolarità economica a causa della delega monetaria all’Unione Europea. Ma che a favorire il processo fossero gli stessi partiti, mandando avanti dilettanti allo sbaraglio – quelli che vediamo protagonisti da un paio di settimane – pur di sfamare le folle di teleutenti è sintomo di una subalternità che preoccupa. Anzi, molto peggio, di un calcolo cinico che finirà per rivelarsi suicida.

Che i leader in questione lo capiscano in tempo: se pensano di salvarsi dalla necessaria riforma estraendo dal cilindro qualche faccia nuova perché tutto resti, dietro le quinte, uguale a prima, sbagliano di grosso. Poiché prima o poi finiranno comunque spazzati via dalla perdita di credibilità di una politica sempre più incapace secondo un terribile circolo vizioso. E assieme al loro, però, se non avranno avuto la generosità di farsi da parte dopo aver creato meccanismi di selezione e di promozione di persone più competenti, sarà nel frattempo andata a gambe in aria anche l’Italia.






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