Simone Verde


9 settembre 2013
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Politica senza formazione

Il difficile rapporto, in Italia, tra consenso e competenze

 
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E’ crollato il mondo e nell’amnesia più totale della grande sintesi “democratica” del Lingotto il Pd si prepara a dividersi nella solita polemica tra socialdemocratici e liberali. Le responsabilità di Bersani sono ormai chiare a tutti.

Ostaggio dell’alleanza Pd-Sel e di una sempre più diffusa concezione vernacolare della politica, il segretario ha scelto di non presentare un vero programma e si è ispirato al principio di non fare campagna, sperando di non allertare l’elettorato di destra per vincere grazie all’astensionismo.

Poi, avrebbero pesato lo schiacciamento sulla Cgil, l’opacità sulla squadra di governo e le promesse di nuova spesa basate su un ammorbidimento dell’Ue tutto da dimostrare e fallito persino a François Hollande. Una serie di scelte per cui, se non c’era la lista Monti a prendere voti a Berlusconi, l’alleanza del Pd non avrebbe prevalso neanche alla Camera.

Le scelte di Bersani hanno avuto un peso evidente, dunque, ma se spiegano la sconfitta del Pd non bastano a fare luce sulla situazione complessiva in cui ci troviamo. Nel novembre 2011, infatti, i partiti vennero obbligati a lasciare il posto a Mario Monti, ma anche i professori avrebbero perso presto credibilità, misurata da un calo verticale nei sondaggi. Dal pianto di Elsa Fornero, alla sua continua esposizione mediatica a riempire il vuoto lasciato da Brunetta, fino agli esodati, alla scarsa progressività dell’Imu o all’inconcludenza di Passera, è stata accumulata una serie di errori sfociati nella salita in campo a fianco di Fini e Casini.

Senza parlare dello sfiancamento in una riforma ideologica, quella del mercato del lavoro, e non tecnica poiché non avrebbe aiutato i conti pubblici a meno che non si credesse nell’immediato rapporto tra crescita e liberalizzazione del settore, che è un’idea rispettabile ma politica. Il tutto a detrimento delle riforme istituzionali su si sarebbe potuto usare l’arma delle dimissioni.

Nella debolezza della politica, prevale l’idea che ogni governo bipartisan finirebbe per alimentare il M5S. Ma un governo tecnico, un governo del presidente, quale autorevolezza avrà dopo il fallimento, se non altro elettorale, di Monti? La paralisi, cioè, coincide con la perdita di credibilità di tutti i soggetti e la difficoltà di ricorrere a un altro deus ex machina. Persino il Quirinale è indebolito nella sua terzietà dalla parabola dei professori e dalla strana dialettica con Monti.

Nel Pd non si fa che parlare di una nuova leadership personale, senza fare un ragionamento complessivo sull’offerta del partito. Altri ancora propongono un governo Pd-Grillo, come se per il M5S non si trattasse di vincere le prossime elezioni. Nessuno sembra voler guardare alla matrice di questa crisi, alla perdita di credibilità complessiva delle istituzioni, al suo aspetto strutturale, anzi infrastrutturale, che richiederebbe un’analisi forse più approfondita.

Ciò che insegnano trent’anni di sperimentalismo, dalla riscrittura del Titolo V che dai beni culturali alla sanità ha causato non pochi problemi, fino alle crociate per le liberalizzazioni quando il disimpegno dello stato e non una sua ristrutturazione porterebbe in alcune aree al trionfo del feudalesimo, è che l’Italia non dispone delle risorse scientifiche necessarie alla riforma.

La situazione fotografata oggi, cioè, va ben al di là della crisi della politica e parla di un paese privo di colonna vertebrale e vittima dell’entropia da cui la politica cerca di uscire con l’ennesimo coniglio dal cilindro. In molti hanno invocato l’apertura alla società civile, ma anche quella prospettiva pare tramontata, poiché la società sta dimostrando una crisi pari a quella della politica.

Nel Pd lo scenario aperto, cioè, sconfessa la divisione tra socialdemocratici e liberali in un mondo dominato dal ritorno della competizione tra nazioni e dall’alleanza tra governi e imprese con un crescente interventismo pubblico nell’economia e in ricerca “verde” per vincere la sfida della competitività e dell’autonomia energetica, tutti temi fatti propri, per quanto finora a chiacchiere, da Beppe Grillo. Malgrado ci avesse provato a suo tempo la sintesi “democratica” del Lingotto, la rinascita deve ancora passare da una costruzione paziente della macchina intellettuale e scientifica, mai eseguita.

Chi scrive, dopo due anni artefice del sistema della formazione politica del Pd, propose la nascita di un Centro Studi che funzionasse da aggregazione delle fondazioni di area, dando vita a un Think Tank internazionale che mettesse mano strutturalmente alle lacune della sua classe dirigente. La proposta, attraverso il direttore dell’Istituto Gramsci – uno dei numerosi interlocutori contattati per il progetto -, arrivò a Pierluigi Bersani, che la sposò con entusiasmo.

Il risultato, però, fu che non ne seppi più nulla e nella gestione interna il Centro studi venne affidato ad altri che scelsero la logica del convegno accompagnata da una kermesse di presentazioni di libri degli elefanti del partito. Nessun problema personale ma solo un esempio concreto di come funziona il Pd e del fatto che in Europa, di certo, non va così.

La Francia ha le Grandes Ecoles e l’Ena, la scuola dell’amministrazione dove cementare le future classi dirigenti e che ha sfornato gran parte dei primi ministro e presidenti, compreso François Hollande. Quanto al Partito Socialista, ha la Fondation Jean Jaurès che lavora a screening periodici del paese. Gli Stati Uniti hanno Yale e Harvard, da cui è uscito Barack Obama, e la Trachtenberg School of Public Policy and Administration. I Democrartici, quanto a loro hanno la potente College Democrats of America fondata nel 1932 da Roosevelt.

La Gran Bretagna ha la London School of Economics e Oxford, che ha formato David Cameron e Tony Blair e poi una galassia di fondazioni sotto la Fabian Society. La Spd investe per legge i soldi del finanziamento pubblico non nella comunicazione spot ma nella Fondazione Ebert, che opera in tutta autonomia scientifica. E così via. Ciascuno dei paesi occidentali, cioè, ha un polmone scientifico che alimenta di competenze il mondo dei partiti e che non crea solo individualità ma cementa staff nella formazione scientifica poi pronti a ritrovarsi nella politica.

All’Italia, che certo non è carente di personalità di spessore, manca tutto questo, un’infrastruttura istituzionale indipendente capace di fare intelligenza collettiva. Bocconi e Luiss, assieme alla Scuola Sant’Anna di Pisa risultano anch’esse infeudate alle dinamiche del potere e divise in fazioni in cui è carente lo studio empirico del paese. E tutto ciò manca al Pd per primo che ha attorno a sé, è vero, un numero altissimo di fondazioni, ma più legate ai giochi di potere di ex leader che all’esigenza di fare ricerca.

Nessuna di esse, cioè, è realmente autonoma e persegue un progetto scientifico in un partito impazzito dietro alle tifoserie di turno. Estrema conseguenza di questa debolezza è lo strano modo con cui i diriegenti democratici stanno affrontando il risultato elettorale. Innanzitutto tetanizzati davanti a Grillo e al suo movimento, prima ancora di comprenderne la qualità politica e la natura.

L’immagine di Bersani che propone se stesso come presidente del Consiglio inseguendo prima e “sfidando” poi il M5S accredita l’idea, per quanto distorta, di un Pd pronto a sbandare dove tira il vento pur di arrivare al potere. Anche l’unità del gruppo dirigente attorno a questa tattica sembrerebbe controproducente, poiché parla di una solidarietà nella paura di subire una comune anamnesi. Il motivo di questa scelta tattica e non di merito sta che nell’assenza di un serio aggiornamento le uniche categorie disponibili sono quelle solite di “liberali” e “socialdemocratici”, legate a un mondo tramontato nei lontani anni Novanta e che è meglio non agitare troppo, proprio perché nella loro astrattezza sembrano solo strumentali a posizionamenti di comodo.

E quindi non scattano pacatamente e supportate da dati qualitativi in sede di analisi ma soltanto violentemente e in termini quantitativi (numero dei voti spostati) nel momento della resa dei conti. Una profonda inadeguatezza che, impedendo una riflessione laica e oggettiva fa del Pd parte della crisi e, se si va avanti senza un serio aggiornamento, lo candida a sicura implosione.






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