Simone Verde


9 agosto 2013
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Folon, ultimo viaggio a Ravello

Una retrospettiva a Villa Rufolo

 
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Ben pochi ricorderanno che Jean-Michel Folon, artista belga nato nel 1934 a Bruxelles e morto nel 2005, è stato anche uno scultore e non solo un illustratore, noto per i suoi personaggi allungati e per i suoi paesaggi onirici, quasi uno Chagall pop. Anzi probabilmente, per la maggior parte degli italiani i suoi acquarelli, ingranditi in formato gigante, sono semplicemente la pulizia del metano, l’efficienza tecnologica della Eni e della Snam. Il caso non è unico, ma perfetto se si tratta dell’identificazione tra il lavoro di un artista e l’immagine di un’impresa. In soli dieci anni, dal 1991 al 2000, il sodalizio tra il gruppo energetico e l’illustratore non poteva essere più stretto, al punto che la società italiana possiede oggi un fondo di documentazione e di opere superiore a quello nelle mani della fonazione dedicata all’artista a Bruxelles. Sessanta dipinti, 29 serigrafie a colori e una scultura in bronzo da cui sono tratti i pezzi di una mostra che si terrà fino al 7 settembre a Villa Rufolo, nell’ambito del Festival di Ravello: Folon, i viaggi immaginari con Eni.

Aveva iniziato come architetto, alla scuola Saint-Luc di Bruxelles, che abbandonò nel 1955 per dedicarsi al disegno. Poi, passò a Parigi e qui cominciò la genesi della sua estetica, nel pieno della cultura modernista, con riferimento particolare a Picasso e ai surrealisti, finché i suoi lavori finirono per bucare il muro dell’anonimato nella New York degli anni Sessanta, pubblicati per illustrare le riviste EsquireHorizonThe New Yorker eTime. A piacere era la pressoché unanime accessibilità del suo universo. Semplice, immediato, fatto di evocazioni di una modernità leggera, e abitato da un sempre uguale cittadino-lavoratore qualunque, con cappello e vestito da ufficio, ma grande viaggiatore in un mondo dove l’utopia sembra diventata realtà. L’immagine è lieve, comunicativa, trasognata, ma non per questo non ideologica, portatrice di una visione precisa. Una visione che piacque molto ai dirigenti e ai responsabili comunicazione del gruppo energetico italiano che dietro al lavoro di Folon videro, e avevano ragione, tutto il travaglio del modernismo, l’utopia di una tecnica capace di migliorare la vita e di trasformare il mondo. E per questo optarono per una collaborazione sempre più stretta.

La mostra e il mecenatismo novecentesco di Eni e Snam, perciò, rappresentano oggi lo spunto untile per una riflessione sul cambiamento dei tempi e del ruolo dell’arte. Folon fu partner fino a molto tardi, fino agli anni Duemila, e il rapporto con l’impresa, e specialmente nell’ultimo decennio, è andato sempre nella stessa direzione, malgrado il vento stesse rapidamente cambiando. L’illustratore belga, infatti, dipingeva un universo sensibile, fatto di spiritualità e di sviluppo grazie all’anonimo lavoro di milioni che avrebbero liberato dai bisogni materiali, spalancando le nuove mete dell’immaginazione e degli interrogativi esistenziali. Il tramonto di quell’utopia, invece, ci regala oggi un mercato dell’arte non più intruso dalle grandi società industriali di una volta, ma dalle case di moda alla ricerca di artisti come stylist. Le collezioni dei grandi speculatori del lusso non hanno più niente a che vedere con l’esaltazione dell’intelligenza collettiva del modernismo, ma propongono un’arte eccentrica, opulenta, spesso decorativa, in ogni caso pienamente individualista. Nel 1967 Folon lavorò per Adriano Olivetti, oggi il giapponese Takashi Murakami disegna borse per Louis Vuitton.

Per questa ragione, visitare la mostra sostenuta dall’Eni a Ravello è come una piccola esperienza. Poiché al di là, anzi, forse dentro la nostalgia che evocano gli acquarelli e le opere esposte, c’è anche, di riflesso condizionato, il riferimento a una realtà che non esiste più. Quella delle fondazioni del Novecento dove investire in arte era parte di un’opera di stampo filantropico, almeno quanto l’industria prometteva di sradicare la povertà e la miseria culturale. Si tratta di esempi incomparabili con la collezione Eni-Snam, certo, ma la loro ragione sociale era la stessa, a partire dalla Fondazione Gulbenkian di Lisbona, all’olandese Kröller-Müller e fino al gigante Guggenheim.






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