Simone Verde


30 maggio 2013
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Il solito UFO italiano

55ma Biennale d'Arte di Venezia/4

 
Viceversa-Padiglione-Italia-Flavio-Favelli

Il padiglione italiano, non c’è niente da fare, è sempre un po’ un UFO nel panorama della Biennale di Venezia. E neanche quest’anno fa eccezione. Assolutamente lontani sono i tempi da festa di paese della curatela di Vittorio Sgarbi o da fiera d’arte di provincia di Luca Beatrice (autore ora di un libro sul sesso nell’arte - Sex, da Courbet a youporn). Il padiglione di questa 55ma mostra dell’arte contemporanea, curato dal tenace direttore del MACRO Bartolomeo Pietromarchi non è per niente sopra le righe ed è coerente con un certo concettualismo del gusto contemporaneo, che nel contesto della crisi ecologica e della postindustrializzazione si piace esprimersi con materiali vicini all’arte povera. È, in apparenza, cioè, del tutto in linea con gli standard internazionali. Sono in apparenza, però,

Dietro l’apparenza, invece, si registra un po’ la solita autoreferenzialità, un’arte contemporanea chiusa come in un’énclave dove gli artisti che si internazionalizzano recidono poi i loro rapporti con il paese e quelli che restano si compiacciono molto del loro rapporto con la tradizione. La chiave scelta dal curatore è abile e intelligente, e cerca di tenere conto delle grandi fratture che compongono la nostra mappa culturale. L’idea, ispirata a Giorgio Agamben, è di organizzare i 14 artisti invitati in mostra in sette antinomie tra termini opposti come tragedia/commedia, architettura/vaghezza o velocità/leggerezza. Il risultato è un percorso estremamente chiaro e pulito, anche se i lavori esposti non sembrano andare poi oltre i soliti limiti.

È il caso del binomio veduta/luogo. Nel quale si dà a vedere, allo stesso titolo della grande mostra al MAXXI in corso l’opera di schedatura fotografica delle campagne della Pianura Padana fatta per anni da Luigi Ghirri secondo modalità soltanto a metà concettuali, non sono in bianco e nero, infatti ma in un estetizzante colore sbiadito, e a metà legate a un certo gusto accademico per la composizione (a proposito di tradizione). Capannoni, campi, case, edifici pubblici dalla cui geometria ordinata emerge l’organizzazione che l’uomo fa del territorio. Come se nel frattempo non fosse arrivata la devastazione edilizia e se un’entropia fuori controllo non denunciasse l’esatto contrario di quanto captato dallo sguardo del fotografo. Probabilmente per questo, Pietromarchi ha deciso di accostare al lavoro di Ghirri un’opera olfattiva di Vitone che ha ricostruito in laboratorio l’odore dell’eternit, che viene ora diffuso nella sala.

Il risultato, però, sembra provenire da un altro pianeta e finisce, come spesso avviene, per concludersi in un universo patinato, decorativo, a uso di collezionisti e di un mondo dell’arte che si divide tra il buen ritiro dei quartieri bene o dei centri storici e delle poche, salve, oasi di vacanza. Si potrebbe dire lo stesso per altri artisti presenti in mostra. Persino per l’opera drammatica di Francesco Arena che per il binomio corpo/storia ha costruito grandi parallelepipedi di legno e ferro che contengono tanta terra quanto il peso dei morti di alcune stragi sanguinose del secolo scorso. Il risultato, se non è noto il tragico riferimento, è difficilmente percepibile e l’oggetto plastico realizzato risulta persino decorativo. Bello…

Più interessante è il lavoro di Flavio Favelli, che in La Cupola ricostruisce l’immaginario da fiera di paese delle feste cattoliche, che sembra di cartone come nei film di Fellini e lavora sulle origini dell’immaginario nazionale. Funziona sempre bene, poi, Giulio Paolini e il suo lavoro sulle dinamiche della percezione, decostruendo le regole della prospettiva monolocale secondo una ricerca ripresa negli anni Settanta e in Italia condita da sempre con riferimenti al concettualismo del lontano rinascimento (ancora a proposito di tradizione). A interloquire con lui un essenziale Marco Tirelli, che in un’elegante “stanza” accumula disegni e oggetti tridimensionali che fanno pensare alla pittura metafisica (ancora tradizione) e che, come afferma il curatore «mostra le diverse fasi che sottendono ai processi di rappresentazione». Poi, seguono Elisabetta Benassi, Massimo Bartolini, Francesca Grilli (che fa pensare all’ormai tradizionale Kounellis), Marcello Maloberti, Gianfranco Baruchello, Pietro Golia, Fabio Mauri, Sislej Xhafa.

Ordinato, composto, il padiglione di Pietromarchi è dal punto di vista formale ineccepibile. Se qualcuno si aspettasse illuminazioni o una ricerca artistica capace di interpretare i problemi del presente, però, è nel posto sbagliato.






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