Simone Verde


30 maggio 2013
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Ritorno alla realtà nei padiglioni nazionali

55ma Biennale d'Arte di Venezia/2

 
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Se questa 5ma Biennale di Venezia sembra fare astrazione dalle numerose crisi della contemporaneità, i padiglioni nazionali si dimostrano spesso più sensibili ai nodi cruciali del mondo globale. In particolare, ed è forse il tema più diffuso tra i vari contributi degli ottantotto paesi che espongono nella mostra, sul problema della sostenibilità dello sviluppo e del disastro ambientale.

Non stupisce, ovviamente, che l’allarme arrivi dal Giappone, vittima nel 2011 del terribile tsunami catastrofico che ha distrutto la centrale di Fukushima. A due anni dall’accaduto, l’artista Koki Tanaka, in un’installazione dal titolo A haircut by 9 hairdressers at once che investe tutto il padiglione con manufatti naturali e oggetti tipici dei soccorsi e della ricostruzione (caschi, torce, cibarie in scatola, eccetera), sottolinea l’importanza fondamentale dell’intelligenza collettiva. La sua, cioè, è un’ecologia sociale dove scardinando i meccanismi e i luoghi comuni dell’individualismo, negando cioè i meriti della competizione sfrenata, sollecita la costruzione di una comunità consapevole e radicata nel suo ambiente.

Con tutt’altro registro, parla sempre di ambiente la spagnola Lara Almarcegui, che occupa tutto il padiglione del suo paese con gli antichi detriti provenienti dall’area di Sacca Mattia a Murano, da sempre luogo di discarica delle vetrerie e di materiali di costruzione (nome dell’opera Construction Ruble at TENT). Il risultato è un percorso estremamente sensibile tra montagne di terracotta, di vetro e di argilla dove queste sostanze tornate da tempo alla terra si rivelano di nuovo naturali, quantomeno nell’odore, sottolineando la virtuosità di un modello antico di sviluppo basato sulla circolarità tra natura e produzione.

Anche il padiglione dell’Uruguay è all’insegna dell’ecologia, ma in maniera più classica, molto vicina alla sensibilità di un Giuseppe Penone o, comunque, del movimento italiano dell’Arte Povera. L’artista invitato a esporre è Wilfredo Diaz Valdéz, oggi ultraottantenne, che da sempre prende oggetti in legno, tratti dalla vita quotidiana o meno, e li disarticola nei suoi componenti, riportandoli alle forme originarie della materia viva di cui sono fatti. Una sedia si rivela la giunzione di pezzi di tronchi che nelle sue venature portano la storia degli alberi da cui sono stati tagliati. La riflessione, ovviamente, è sulla costruzione posticcia di un’identità “artificiale” tipica di molti oggetti dell’industria.

Se il padiglione giapponese è partito da una grande catastrofe, quello finlandese si ispira invece a un piccolo dramma domestico, la distruzione dell’edificio che lo ospita, avvenuta nel 2011 durante la 54ma Biennale per via della caduta di un albero. Attorno a questo fatto, l’artista Terike Haapoja ha costruito una grande installazione dal titolo didascalico, Falling Trees, in cui viene messo in piedi un vero e proprio laboratorio sul rapporto tra uomo e natura, a metà tra arte e scienza, come proposta di una maggiore contaminazione interdisciplinare al fine di lavorare a un progetto di sviluppo sostenibile.

L’ossessione ambientale, o comunque di un ritorno brusco alla natura per via di un sistema economico entropico, destinato a implodere su se stesso, è al centro anche de padiglione israeliano occupato dall’artista Gilad Ratman che in tre video racconta l’esplorazione del sottosuolo, in antichi tunnel scavati nel tufo, da parte di una piccola comunità. I singoli che hanno preso parte alla spedizione, riemergendo vengono chiamati a plasmare autoritratti di terracotta emettendo contestualmente i suoni percepiti mentre viaggiavano nelle viscere della terra. Il problematico rapporto tra uomo e natura è presente, direttamente o indirettamente in molti altri padiglioni – come quello minuscolo delle Maldive, ad esempio – ma anche nella moda generalmente diffusa tra gli artisti di lavorare con materiali naturali o con rifiuti, con i “rebut”.

Più spettacolare di tutti, tra i padiglioni che affrontano il tema, comunque, è quello belga dell’artista Berlinde de Bruyckere che gioca con le parole deadwood/cripplewood per costruire un enorme tronco spiaggiato, fatto di materiali di recupero. Esso vuole essere, come indica il termine “cripplewood”, un arbusto storto, torturato nella forma. Ben lontano da una “deadwood”, nella mitologia del Far West il villaggio delle speranze fallite, là dove finivano le piste. Come a dire che la creatività e la vita nascono dalla spontaneità inattesa della natura. E non dalle ambizioni razionali e civili dell’uomo.

(Apparso sull’Huffington Post italia del 6/6/2013)






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