Simone Verde


27 maggio 2013
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L’inventario di Fiona

Una retrospettiva della Tan al MAXXI di Roma

 
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È una prima assoluta, quella che il Maxxi propone fino all’8 settembre in collaborazione con il Philadelphia Museum of Art, una mostra organizzata attorno a «Inventory», l’ultimo lavoro dell’artista australiana-indonesiana-olandese Fiona Tan, offerto a Roma per la prima volta al pubblico internazionale. L’iniziativa, da tempo in cantiere, aveva rischiato l’annullamento per via delle passate incertezze dell’istituzione italiana, ma è stata rilanciata grazie alla nuova energica presidenza della fondazione Maxxi e pensata come l’occasione per una retrospettiva. Assieme alla nuova installazione video, perciò – lavoro metalinguistico sulla collezione di antichità classiche raccolta a inizio Ottocento dall’architetto britannico John Soane nella sua residenza londinese -, si potranno rivedere Disorient, opera che tanto ha fatto parlare di sé alla Biennale di Venezia del 2009, e altre due installazioni, Cloud Island e Correction. «Non amo troppo i musei – scriveva nel 1923 Paul Valéry -. Mi trovo in un tumulto di creature congelate (%%) davanti a me si sviluppa nel silenzio uno strano disordine organizzato (%%) presto non so più cosa sono venuto a fare in queste solitudini cerate che ricordano il tempio e il salone, il cimitero e la scuola».

Che le collezioni, e in misura proporzionale alla loro vastità, finiscano per evocare un obitorio popolato di reperti estrapolati dal mondo reale, mummificati ed esposti in teche esangui è un tema classico al punto che durante la Rivoluzione francese l’intellettuale Quatremère de Quincy aveva paragonato il Louvre a un’enorme tomba dell’arte. Senza contare che questi stessi musei, ossessionati dall’idea di organizzare la realtà attraverso una gerarchia di oggetti significativi si rivelano spesso delle prigioni, delle carceri intellettuali, macchine propagandistiche capaci di imporre alla collettività, come un’ideologia, una visione del mondo culturalmente orientata. Un doppio atto d’accusa alla più significativa istituzione della modernità che costituisce da sempre il cuore della ricerca di Fiona Tan. È probabilmente per questo che la retrospettiva del MAXXI si apre con Correction, 300 ritratti video di prigionieri e guardiani di quattro carceri americane sistemati a raggiera su schermi sospesi, a riprodurre con la loro disposizione esagonale la struttura panottica degli istituti di pena britannici progettati nell’Ottocento da Jeremy Bentham. Edifici concepiti per permettere alle guardie carcerarie di controllare tutto e in ogni momento nella vita dei sorvegliati secondo un’organizzazione e una supervisione totalitaria che a Fiona Tan – non stupisce – ricorda tanto quella del museo. Ispirata dalle sue origini cosmopolite, allora, e in perfetta risonanza con la contemporaneità e con gli orientamenti globali dell’arte prevalenti dagli anni 90, con Disorient, coppia di video che chiude la mostra, l’artista propone una sua, personale museografia. L’installazione racconta su uno schermo la storia recente dei paesi in cui si snoda la via della seta, mentre su un altro percorre le scaffalature sovraccariche di un emporio orientale. Da un lato, cioè, dà a vedere la vita in tutta la sua complessità. Dall’altra, fa il resoconto visivo di ciò che gli uomini scelgono di trattenerne, degli oggetti in cui decidono di surrogare il senso e la memoria della loro storia. Reperti, pietre più o meno preziose, amuleti che finiscono per accumularsi secondo criteri simbolici che nella loro convenzionalità culturale si rivelano come sospesi sul burrone dell’arbitrarietà.

Anche quando aspira alla sua più grande oggettività tassonomica, cioè, per Fiona Tan il museo non riesce a essere nulla più che un Wunderkammer, un gabinetto delle meraviglie come quelli del Seicento, un deposito di aspirazioni a trovare un senso, a rintracciare le prove di un significato dell’esistenza in oggetti rivelatori di un ordine fuori dall’ordinario. Aspirazioni non necessariamente vane, ma di sicuro incerte e che per questo in regime di democrazia non dovrebbero proporsi come verità affermative. Spirito con cui in Inventory l’artista rilegge «l’inventario» di classicità di John Soane – un misto di calchi e originali antichi e moderni -, riproducendolo in otto gallerie di immagini che defilano simultaneamente su uno stesso schermo, restituito da telecamere di epoche e con caratteristiche tecniche diverse, che della mirabolante raccolta puntano a esibire le incongruenze e le assurdità. Un vetro rotto nel lucernaio sopra a una bella parasta antica, la polvere sui rilievi di un portale rinascimentale, la folla priva di criterio di oggetti tutti classici, ma accostati senza una qualsiasi gerarchia.

Perché tentare di fuggire a questa arbitrarietà? Per quale motivo nascondere la poetica incongruenza tipica di ogni collezione dietro tentativi velleitari di esaustività?, è la domanda posta da Fiona Tan. La quale riesce nel difficile tentativo di dialogare con un museo, il Maxxi, dalla struttura discussa ma che del pluralismo e della fluidità globale del contemporaneo è di sicuro una metafora architettonica. Al punto che è forse la prima volta, e ben oltre le scelte del passato, che l’unico museo nazionale italiano per le arti del XXI secolo si offre al pubblico con tanta chiarezza nella sua più autentica vocazione: avamposto della globalizzazione, laboratorio pubblico di pluralismo culturale e linguistico indispensabile a qualsiasi grande democrazia. E a Roma, città ossessionata da sé, schiacciata dal peso di una tradizione ingombrante che le impedisce di diventare fino in fondo capitale internazionale del presente. Meno significativo, allora, è l’intermezzo che Tan, in riferimento all’installazione Correction e all’architettura labirintica del Maxxi, ha dedicato alle Carceri d’invenzione di Piranesi. Concessione erudita che distoglie forse un po’ dal senso della ricerca. Anche perché la storia artistica e culturale di Roma non ha bisogno di essere sottolineata. È lì e parla da sola, aspettandosi che la contemporaneità faccia altrettanto, cosa non sempre scontata ma che a Fiona Tan è riuscita da sempre.






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