Simone Verde


27 maggio 2013
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Il filo spezzato di Maria Laj

L'artista sarda scomparsa a 94 anni

 
Maria-Lai

Maria Lai è scomparsa ieri a 94 anni a Cardedu, in Sardegna, ad appena 10 km dal paese in cui era nata, Ulassai, non senza aver percorso migliaia di chilometri con le sue opere o aver attraversato quasi un secolo con la vivacità e con la triste malinconia della sua consapevolezza. L’arte drammatica e intrisa di emotività del dopoguerra improntata al rifiuto di qualsiasi forma che i critici hanno definito «informale», il rifugio nelle identità ancestrali, che fossero quelle dell’inconscio o delle culture popolari, è sempre stato per lei una necessità, un imperativo personale ben prima che un esito intellettualistico. Fragile di salute, mentre l’Europa viene devastata dall’antisemitismo e dalle bombe è costretta da giovanissima per interi inverni in isolamento, lontana dalla scuola, e scopre così l’amore per l’introspezione estetica e per il disegno. Accompagnata da maestri illuminati trae dall’incapacità di stare comodamente al mondo, la necessità di elaborare un proprio linguaggio e di affidarlo alle cure della comunità. Del resto, il progredire degli anni, assieme a indubbie fortune professionali, le regalano difficoltà personali che risuonano della voce drammatica che viene dalla storia. Dopo un passaggio a Roma, a Verona e a Venezia, dove frequenta i corsi di Arturo Martini, nel 1945 si imbarca dal porto di Napoli per un rocambolesco ritorno a casa con una flotta di scialuppe di salvataggio. Non passano nove anni che uno dei fratelli, Lorenzo, viene assassinato, primo di una serie di lutti che culminano nel 1971 con la morte di Gianni, unico dei quattro fratelli rimasto ancora in vita e precipitato in un incidente aereo. Venuta nel frattempo ad abitare a Roma, Maria Lai prende a collaborare con lo scrittore Giuseppe Dessì, senza mai abbandonare lo spirito con cui da giovanissima aveva iniziato, ribadito dal perpetuarsi autobiografico di una fragilità, sorretta da un’incredibile forza della volontà, che le impedirà sempre di ripiegare su un’arte affermativa, fatta di verità, di utopie o di certezze. Che sia nelle opere fatte con ago e filo, spesso libri d’artista dove si propone nel lavoro paziente e silenzioso di cucitura condotto dalle donne il patrimonio scritto e indecifrato di una storia parallela volutamente occultata, o che sia nei disegni onirici o nelle grandi installazioni del suo museo all’aperto di Ulassai, non si troverà mai, neanche negli anni del successo internazionale, un cedimento alle dinamiche del gusto o del mercato. Sempre coerente con se stessa, piuttosto, perseguirà una ricerca fatta di demistificazione, di sottile e discreta decostruzione, di riscrittura della storia dalla parte delle identità meno affermative, secondo una fragilità convinta di sé che si tramuta nell’imposizione convinta del senso del limite. Al punto è coerente con se stessa, la ricerca di Maria Lai, che dopo una fase di riflusso è tornata oggi attuale anche negli stand delle grandi fiere internazionali. Ironicamente e oltre le definizioni della critica – pur se storicamente del tutto «informale» – oggi suona glocale, contemporanea, piena di riferimenti alle culture recuperate di tante comunità locali e a una visione femminile del mondo capace finalmente di raccontare e di imporre la propria storia.






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