Simone Verde


29 gennaio 2013
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Un louvre liquido a Lens

Aperta la prima sede distaccata, progettata da Sejima e Nishizawa

 
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Che il Louvre di Lens, prima delle sedi contemporanee del gigante antico si sarebbe rivelato un museo liquido come la società di questo tempo instabile, nessuno se lo sarebbe davvero immaginato. Ha aperto da qualche giorno al pubblico ma è stato già inaugurato da François Hollande e dalla non amatissima ministro della cultura Aurélie Filippetti. Troppo «debole», secondo alcuni, come l’intellettualità di questi tempi postmoderni. Che il Louvre di Lens sarebbe stato «liquido», però, c’era da aspettarselo visto che gli architetti vincitori del concorso e responsabili della progettazione dei cinque padiglioni per un totale di oltre 28mila metri quadrati è l’ormai celebre gruppo Sana’a di Kazuyo Sejima e Ryue Nishizawa, entrambi autori del New Museum di New York e la seconda direttrice della Biennale d’Architettura del 2010. Architetti che di una fluidità e trasparenza tutta buddista degli spazi hanno fatto la loro identità, rivendicandola addirittura come estetica non ideologica della democrazia globale. Immerso nelle case a schiera operaie di questo ex distretto minerario decaduto come l’intero Nord-Pas-de-Calais, l’edificio si presenta bianco e trasparente a un solo piano raso terra, dal tetto sottilissimo e piatto nonostante la regione di piogge torrenziali, sostenuto a malapena da esilissimi pilastri che scompaiono tra le linee verticali della successione modulare in pannelli di vetro che scandiscono la facciata. Un Louvre liquido, perciò, ma anche nella collezione, visto che non è previsto un nocciolo duro permanente, ma i pezzi continueranno a fare su e giù con Parigi, ogni cinque anni, assecondando il rito dell’evento per invogliare i visitatori a tornare. Il decentramento delle collezioni pubbliche è una pratica antica in Francia, inaugurata e teorizzata già nella rivoluzione come mezzo per rendere accessibile alla provincia il capitale di cultura e di beni essenziale alla competitività delle attività produttive. Nel grande dibattito di quegli anni ricostruito dallo storico Édouard Pommier in un bellissimo libro, L’art de la liberté purtroppo mai tradotto e pubblicato in Italia (Gallimard, 40 euro), emerse la volontà di creare istituzioni museali legate ad accademie e centri di formazione come strumento didattico e servizio pubblico per stimolare la creatività e la diffusione delle capacità creative e tecnologiche. Seguendo questi principi, la rivoluzione promosse la creazione dei primi musei nazionali in provincia e la nascita di una tradizione mai messa da parte: nel 1870 per fare un esempio, la venduta collezione Campana da Roma finì per volere di Napoleone III per gran parte ad Avignone e negli anni Cinquanta André Malraux organizzò una grande ridistribuzione dei beni artistici per i musei di tutto il paese. Altrettanto si continua a fare ancora oggi, visto che il Louvre di Lens è stato voluto per reagire al declino di una regione disastrata dall’uscita del carbone dalle tecnologie industriali culminata con la fine delle estrazioni non troppo tempo fa, nel 1986. Unica differenza con il passato, una volta si sarebbe preferito aprire un nuovo museo delle belle arti, pur sempre ridistribuendo opere di collezioni già esistenti, ma non si sarebbe creata la replica minore di un’istituzione mitica nella sua unicità come il Louvre. Demoltiplicata non solo nella sede di Lens, ma anche quella di Abu Dhabi attualmente in cantiere, che verrà consegnata non più tardi del 2014. A Lens, quindi, dove la disoccupazione è attorno al 16 per cento e con un «dinamismo dell’occupazione» valutato 2 su 5, a risolvere il problema di un’industria che da troppo non c’è più, è chiamata a pensarci la cultura. Al punto che gli amministratori hanno avuto l’idea di candidare le miniere abbandonate come sito Unesco, a integrare definitivamente il luogo della sconfitta economica nella logica del rilancio sperato. Un sito che si trova a duecento chilometri da Parigi, meno di un’ora di treno e strategicamente a metà strada tra le due capitali della regione, Lille e Arras. Il Louvre non è il primo a fare operazioni del genere, però. Due anni fa, il 15 maggio del 2010 era stato il Centre Pompidou a inaugurare la sua antenna di Metz, capoluogo di una Lorena sofferente, ancora una volta nel pieno del Nordest in crisi. Quanto alle opere esposte a Lens, sono alcune tra le più celebri staccate dalle cimase parigine e trasportate in provincia. Un modo per spingere un po’ dei nove milioni che vengono ogni anno alla sede madre a fare il viaggio. Finirebbero per perdersi, altrimenti, La libertà che guida il popolo di Delacroix, la Maddalena di Georges de La Tour, il Diderot di Fragonard, il ritratto di Baldassarre Castiglione di Raffaello, quello di Louis-François Bertin di Ingres, la splendida copia romana del Discoforo di Policleto e altre 250 che già fanno presagire la natura della collezione della prossima sede prevista di Abu Dhabi. Di fatto, non più una scelta da fare pensare a un museo con la sua mediazione scientifica ma, come suggerisce anche il titolo della rassegna, una «galleria del tempo», e cioè una wunderkammer, un lussuoso gabinetto delle meraviglie fatto per sedurre e per affascinare secondo modalità pre-illuministe tornate di moda un po’ ovunque in questo periodo di profonda crisi della modernità.






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