Simone Verde


21 gennaio 2013
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I nuovi signori dell’arte

Il mutamento antropologico registrato dal rapporto artprice 2012

 
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I signori di Broadway, Debra e Leon Black, il magnate taiwanese dell’elettronica Pierre Chen o la sorella dell’emiro del Qatar, la sceicca al Mayassa bin Khalifa Al-Thani, proprio non amano l’arte antica e moderna. Questi mega collezionisti, tra i primi dieci al mondo nel 2011-2012, di un Caravaggio, di un Picasso o di un Rembrandt proprio non saprebbero che farsene. E infatti non ne vanno cercando, visto che stonerebbero nelle loro residenze tutte design dove il troppo complesso palinsesto di codici storici, estetici e culturali della pittura finirebbe per farli sentire ospiti in casa propria. Fino a qualche anno fa, di sicuro fino a fine anni Ottanta, procurarsi una consolle Luigi XVI, un Picasso o un bel Monet, magari accostati pure a un Basquiat o a un Andy Warhol, sarebbe stato un obbligo sociale, così come invitare almeno un intellettuale a cena. Oggi, decisamente non lo è più. È così, in questo primo post crisi, che il mercato del contemporaneo vola mentre quello dell’arte moderna e antica crolla. Anche per l’antiquariato. Basta un migliaio di euro per una coppia di poltrone Luigi XV e ce ne vogliono almeno 10mila per una sola di design firmato anni Sessanta o Settanta, come si legge in qualsiasi catalogo d’asta. A fotografare questa epocale emigrazione di codici culturali e il gusto di una nuova classe dirigente che della virtualità e del rifiuto delle radici fa il proprio tratto distintivo, è il rapporto 2011-2012 di Art Price. Dove si legge che con una leggerissima flessione rispetto all’anno scorso, 860 milioni di euro contro 915, l’annata di vendite chiusa a luglio continua nella ripresa del dopo crisi e si avvia a eguagliare ben presto i picchi storici registrati nel 2007-2008, ben 976 milioni. In termini percentuali, e rimanendo solo agli artisti nati dopo il 1945, siamo all’11 per cento del giro d’affari. Dieci anni fa era appena del 4 per cento. La ragione di questo nuovo equilibrio del gusto e dei segni distintivi del successo sociale è abbastanza semplice da capire. La sua logica fu inaugurata con esemplare trasparenza dal gigante britannico della comunicazione Charles Saatchi, quello che curò l’immagine pubblica della signora Margaret Thatcher con la sua impresa familiare Saatchi & Saatchi. Era il 1997 e il pubblicitario, suggerito dall’astutissima ex moglie Kay, finanziò e organizzò alla Royal Academy of Arts di Londra una mostra di giovani artisti britannici destinata a fare polemica e storia. Sensation, il titolo di una retrospettiva che mise sul mercato nuove personalità come Damien Hirst, Tracey Emin e Marc Quinn lanciate alla conquista di record su record nella aggiudicazioni. In particolare il primo, che nel 2008 raggiunse il picco di 160 milioni di dollari, con un balzo del 116 per cento rispetto all’anno precedente. SENSATION FU Sensation, quindi, fu. Nell’estetica sensazionale di questi post-minimalisti e post-concettuali, ma anche nei prezzi da brivido secondo un meccanismo che fece scuola. Un meccanismo che sta tutto in acquirenti che scoprirono di poter dettare legge attraverso il mercato e la comunicazione, imponendo le icone del gusto e gli orientamenti della critica. Chi sono, perciò, i veri artisti, i mercanti-collezionisti in grado di promuovere i criteri della distinzione sociale scrivendo la storia dell’arte, o gli artisti che forniscono la propria manodopera a questo sistema? È così che in un Occidente deindustrializzato dove il successo sociale è legato alla capacità finanziarie, all’abilità di creare denaro dal denaro, senza radici e senza rapporto con la materialità del lavoro, alcuni artisti avrebbero deciso di emanciparsi e di mettersi in proprio, diventando impresari di se stessi. Era stato il caso precoce di Jeff Koons, che da speculatore di Wall Street aveva lavorato prima di diventare artista. Ed è il caso di Damien Hirst e di quasi tutti gli altri nomi di grido. Assieme alle borse, la crisi avrebbe provocato un crollo di questo universo e subito dopo si sarebbe registrata una risalita dell’arte antica moderna, persino di quella sofferente e un po’ ostica dell’immediato dopoguerra. Sembrava una restaurazione, ma si sarebbe rivelato un fenomeno passeggero. A quattro anni di distanza, senza una vera e propria riforma dei mercati, con una redistribuzione al contrario dove il sistema bancario viene salvato gravando sulle classi medie, sui lavoratori dipendenti e accelerando la divaricazione sociale, i prezzi dell’arte contemporanea sono ripresi a salire, avvicinandosi di nuovo ai picchi del biennio d’oro 2007-2008. Al punto che in un solo giorno, a New York, lo scorso 12 e 13 novembre, Christie’s e Sotheby’s hanno toccato con il contemporaneo quota un miliardo di dollari (cifra lorda non assimilabile a quella del paniere annuo artprice). Occidente a parte, però, il dato più importante è di sicuro l’emergere rapidissimo della Cina, fortissimo l’anno scorso e ancora anche per il 2011-2012, diventato con il 38,79% delle transazioni (contro il 26,10 degli Stati Uniti e un 30 per cento dell’Europa), la prima potenza del mercato del contemporaneo. Un fatto epocale seguito dallo sviluppo di case d’asta destinate a insidiare il trio newyorkese Christie’s, Sotheby’s e Phillips de Pury, che si presenta anche come la nascita di un modello alternativo a quello occidentale. Sui mercati cinesi, infatti, non vanno troppo gli artisti che vanno a Ovest, né il sensazionalismo o i giochi linguistici di un’arte tutta astuzie intellettuali e pubblicitarie che fanno eco alle qualità professionali dei collezionisti cui sono destinate. In Cina, dove il lavoro è una realtà e la deindustrializzazione una prospettiva lontana, va il figurativo o un contemporaneo ispirato alla tradizione. Le opere che si vendono sono maggiori in numero, in fatturato complessivo e minori in prezzo unitario, e non includono gli artisti cinesi che tanto piacciono a Londra e a New York. Un Ai-Weiwei, per esempio, figlio orientale di Duchamp e per questo tanto in voga in Europa e negli Stati Uniti, a Pechino proprio non va.






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