Simone Verde


9 gennaio 2013
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“Natura potentior ars”

La mostra di Tiziano alle Scuderie del Quirinale

 
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L’Italia ha galleggiato per secoli grazie al monopolio del simbolico e dell’immaginario. È stato il geniale segreto della Chiesa di Roma e, più tardi, di una civiltà delle arti che ha costretto le corti europee a rivolgersi sempre più a Roma, Firenze e Venezia per rifornirsi dei simboli e delle immagini necessarie alla giustificazione del loro crescente potere. Come spiegare altrimenti l’umiliazione di Enrico IV a Canossa, costretto a inginocchiarsi davanti a Gregorio VII Aldobrandeschi dopo averlo inutilmente sfidato? Un episodio non dissimile a quello, probabilmente più leggendario che storico, che racconta dell’imperatore Carlo V chinarsi al cospetto del maestro Tiziano Vecellio, per raccogliere il pennello che gli era cascato di mano. “Natura potentior ars” era la divisa del pittore che come emblema aveva scelto un’orsa che leccando un cucciolo appena nato, gli conferisce forma e lo libera dall’ammasso indistinguibile in cui l’aveva partorito. Tiziano – fino al ’16 giugno 2013 oggetto di una retrospettiva alle Scuderie del Quirinale -, che di un’Italia al tramonto politico illustra le capacità con cui seppe rimanere al cuore dell’Europa grazie a un’incredibile astuzia culturale.

Non è certo Firenze che parla nel maestro di Pieve di Cadore, e non è, cioè l’intellettualismo di un Raffaello o di un Michelangelo. È al contrario il misticismo cromatico della cultura lagunare al suo apogeo con cui Venezia seppe sintetizzare l’orientamento opposto a quello dell’Italia centrale, secondo una dicotomia tra “arte del disegno” e “arte del colore” che dal Rinascimento avrebbe caratterizzato tutta l’estetica e la pittura occidentale, fino a Pollock e all’arte Minimal. Una ricerca sperimentale capace di riprodurre illusionisticamente la realtà secondo i criteri di una prospettiva atmosferica che si serviva delle caratteristiche spaziali dei colori, del tutto alterativa a quella lineare iniziata da Masaccio e Brunelleschi, ma pur sempre finalizzata a esaltare capacità mimetiche e creative che avvicinano l’uomo a Dio. Come spiegare altrimenti i blu, gli azzurrini, i gialli pallidi che, contrapposti ai rossi delle vesti o al verde scuro delle montagne o degli alberi, aprono immediatamente le composizioni verso uno sfondo fatto di paesaggi, tramonti e cieli lontani? E come non sentirli del tutto alternativi alla fuga delle linee che irreggimentano persino la natura con cui i fiorentini rappresentano un’illusoria terza dimensione?
La mostra delle Scuderie, ricchissima di opere e con alcuni indiscussi capolavori, tra cui l’anconetana Vergine con il Bambino in gloria del 1520, il magnetico Uomo con il guanto del Louvre del 1524 o l’incredibile Martirio di San Lorenzo della chiesa dei Gesuiti a Venezia che assieme all’Autoritratto del 1565 apre le sale agli spettatori, permette di attraversare in tutte le sue fasi la ricerca estetica del pittore, dagli anni della formazione imbevuti di giorgionismo al punto da rendere quasi indistinguibile la sua estetica da quella del maestro, a quelli più tardivi in rivalità con il manierismo oscuro di Tintoretto improntato a una sintesi monumentale con la pittura romana e toscana. Ma soprattutto, ricorda una gloria artistica che fa da contraltare al declino dell’Italia. Solo per fare un esempio, racconta del Sacco di Roma del 1527, autentico disastro storico-politico, che sul piano culturale provocava, però, la fuga a Venezia di Pietro Bembo e Jacopo Sansovino, consentendo nel momento più basso la nascita di uno dei circoli umanistici più influenti per la storia d’Europa e dell’Occidente.





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