Simone Verde


26 novembre 2012
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La Gran Bretagna esca dall’Ue

Intervista a Michel Rocard

 
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“È ormai chiaro a tutti, anche a una Germania in recessione. Per sanare i conti pubblici ci vuole un po’ di crescita. E per avere un po’ di crescita ci vogliono politiche keynesiane e forme di condivisione comunitaria del debito”. È ottimista Michel Rocard e indulgente a sei mesi dalle presidenziali verso un presidente, François Hollande, che in una sola settimana ha incassato il downrating di Standard & Poors e la censura dell’Economist sulla politica economica. “La Francia ha problemi seri – afferma l’ex Primo Ministro di François Mitterrand – ma la situazione non è cambiato granché negli ultimi mesi. In più Hollande ha ereditato un paese in crisi dopo dieci anni di governo inconcludente della destra”.

Presidente, l’agenzia di Rating Standard & Poors ha deciso il down rating del debito francese all’indomani della conferenza stampa di Hollande sulle politica economica e fiscale. Si tratta di un bocciatura a sei mesi dall’elezione?

Sinceramente non capisco bene le ragioni di questa scelta. Le debolezze del paese sono evidenti e sotto gli occhi di tutti. Una disoccupazione che supera il 10 per cento, un rapporto deficit-Pil attorno al 90 per cento, il 57 per cento della ricchezza prodotta bruciata dallo stato, ma non sono certo una novità. Un primo declassamento era già avvenuto prima dell’estate e non ha impedito al paese, però, di prendere denaro in prestito con interessi negativi, segno di una percepita stabilità complessiva. Ora, cos’è cambiato?

Il presidente annunciava un percorso di tagli e tasse per circa 30 miliardi, che lascia temere una nuova spirale recessiva.

Non c’è dubbio, ma ciò dipende dai vincoli posti dall’Europa e non da altri. Il che significa pure, però, che il debito pubblico francese è comunque sotto l’ombrello protettivo dell’Ue. Non c’è perciò, nessuna ragione oggettiva di timore. Tutto il resto è incitamento alla speculazione. Che peraltro, non mi pare si sia fatta ancora sentire.

Sono passati sei mesi dall’elezione di Hollande e a quanto pare aveva ragione chi legava il successo del suo programma principalmente alla sua capacità di incidere sulla politica Ue. Si stanno pagando le conseguenze di promesse demagogiche?

Il percorso è lungo, faticoso e complesso. Ma chi ha mai pensato il contrario? Molti passi in avanti sono stati fatti. Pensiamo al pacchetto di 120 miliardi di stimolo all’economia decisi a luglio dall’Ue. Oppure al dibattito sulla revisione dei trattati di cui si discute. La verità, è che nessuno, preso singolarmente, ha in mano gli strumenti per uscire da questa crisi. Con l’Euro, cioè, le soluzioni sono ormai disponibili solo a un cocktail nazionale e comunitario, che deve stabilire al più presto una più snella e rapida governance.

È pessimista?

No, sono piuttosto ottimista. Finorala Germaniaè stata fautrice di una draconiana ristrutturazione dei debiti nazionali, come premessa per forme di maggiore integrazione. A forza di seguirla su questa strada eccoci arrivati in una complessiva dinamica recessiva. Era prevedibile, poiché come tutti sanno la spesa pubblica è anche un formidabile motore per la crescita. Visto che siamo tutti in recessione, però, anche in Germania si va ora arrestando il motore economico. E quindi, si fa strada la consapevolezza, un po’ lapalissiana per la verità, che se si vuole ripianare davvero il debito, è necessaria un po’ di crescita e quindi si deve dilazionare il rigore pubblico nel tempo, facendo abile uso della leva monetaria e creando formule di condivisione del debito. Non vogliamo chiamarli Eurobond? Sono l’unico mezzo per conquistare un po’ di ossigeno e di darci il tempo delle riforme necessarie a una ristrutturazione dei debiti pubblici di lungo corso.

Rimane un problema non propriamente politico, ma antropologico, di una corruzione che spesso impedisce le riforme e di un’incapacità di governance nazionale per rimediarvi che richiederebbe un progetto politico europeo e una sua più chiara leadership. La Germania non vuole occuparsene. Chi, allora?

Ha ragione, il problema è serio e va oltre gli aggiustamenti contabili. Ma non va affrontato di petto, pena spezzare il meccanismo. C’è necessità, intanto, di dare ossigeno ai governi. Guardi l’esperimento di Mario Monti. Riuscito solo a metà proprio perché ingabbiato dalla folle prigione di un euro incompiuto e di paletti irragionevoli che limitano i poteri degli stati e rendono inutili per molti aspetti alcune istituzioni comunitarie comela Bce. Finoa prima della moneta unica, gli stati si rifinanziavano presso le banche centrali a tasso zero. Oggi non è possibile poiché l’Ue ha, forse giustamente, stabilito che si trattava di un pratica inflazionista, tanto sgradita in quanto tale alla Germania. Ma perché rifinanziare gli stati no e i sistemi bancari sì? Che senso ha, se non continuare a fare affidamento su una capacità di autoregolazione del mercato che ha già dimostrato essere assai scarsa?

La sua speranza di uscita dal binomio austerità/recessione, sta solo nel fatto che con la crisi dell’economia tedesca, il meccanismo di integrazione si è rimesso in moto da solo?

È questo meccanismo che finirà per spingere l’acceleratore sui necessari progressi nell’integrazione, così tanto è necessari. L’Europa, sia chiaro, è un destino irrinunciabile nel mercato globale. La strada è segnata. Anche se a rallentarne il corso rimane un altro ostacolo non da poco. Si chiama Gran Bretagna. Sono 40 anni che blocca ogni possibilità di progresso. Sarò schietto e un po’ rude. Non vogliono l’Europa federale? È ora che escano.






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