Simone Verde


12 novembre 2012
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La nouvelle République di Jospin

Rimesso a Hollande il rapporto per il "Rinnovamento democratico"

 
Francois-Hollande-Lionel-Jospin-Rapport[1]

Centotrenta pagine, trentacinque proposte in sei mesi di lavoro. Questi sono i numeri del rapporto reso ieri a François Hollande da Lionel Jospin, presidente della commissione che porta il suo nome, incaricata di studiare i mezzi legali di un “Rinnovamento democratico”. Il tema di ricerca non poteva essere più classico, visto che si tratta di mettere mano al centralismo monocratico gollista, contestato dalla sinistra sin dagli anni Sessanta e su cui si è esercitata tanta della riflessione politica del Sessantotto. Rapporto verticale tra eletti e feudi elettorali, maggioritario a due turni che fa fuori le minoranze politiche e che deprime la rappresentanza,concentrazione dei poteri, troppi elementi di intermediazione tra cittadini e istituzioni sono gli obiettivi classici di tante proposte di riforma rimaste inevase. Tutte nel segno di una critica alla monarchia repubblicana voluta da de Gaulle per rimettere assieme il paese dopo la parentesi caotica e instabile della Quarta Repubblica e le sue tendenze centrifughe.

Nel 1964, in polemica con il sistema di rigido centralismo semipresidenzialista instaurato dalla costituzione del 1958, l’allora candidato del Partito socialista François Mitterrand ci aveva scritto un pamphlet dal titolo efficace: Colpo di stato permanente. Quello del generale. Una volta preso il suo posto, però, e accomodatosi delle prerogative che accordava, neanche il Ps e la gauche avrebbero proceduto a una limitazione dei poteri. In seguito se ne sarebbe
incaricata l’opinione pubblica con la scelta costante per la coabitazione. Sarebbe successo nel 1986, nel 1993 e nel 1997. Dalla paralisi sostanziale di un sistema che va in corto circuito quando governo e presidenza non sono nelle stesse mani si sarebbe arrivati alla crisi di oggi, dove il Front National e la sinistra di protesta accumulano un terzo dei voti quasi senza rappresentanza in Parlamento, ed è chiaramente urgente un intervento strutturale. Si sarebbe aggiunta anche la globalizzazione con la crisi degli stati nazionali e la riscoperta di una dimensione locale che rivendica maggiore autonomia. Un intricato panorama su cui Hollande ha richiesto
l’intervento di Jospin.

L’ex Primo ministro, da sempre fautore di una concezione frugale del potere e di una maggiore responsabilizzazione della società civile, ha cominciato dalla limitazione dei poteri. Attualmente, e per effetto di un centralismo mai risolto, non soltanto regioni e istituzioni locali non godono di un’autonomia comparabile con quella di analoghi europei, ma si assiste a un cumulo dei mandati che può arrivare a concentrare in un’unica persona incarichi come quello parlamentare, di presidente di regione, di sindaco o di consigliere regionale. In tanti hanno provato a mettere mano a questa distorsione ma nessuno ci è mai riuscito. La commissione, che vuole interpretare il malessere che viene dalle zone periferiche del paese, propone invece di rendere incompatibile per legge qualsiasi mandato rappresentativo con impegni di governo, se non altro per evitare di sovrapporre funzione legislativa ed esecutiva. Poi, vorrebbe venisse approvata una misura che impedisse ai parlamentari di essere rappresentanti elettivo in altre assemblee locali, province, comuni o regioni.

Inedite sono le proposte di aggiornamento che riguardano il presidente della Repubblica. A cominciare dalle formalità che danno diritto alla candidatura. Oggi per partecipare all’elezione è necessario raccogliere 500 firme di eletti di qualsiasi ordine, sindaci, parlamentari, consiglieri. Un filtro che, almeno simbolicamente, allontana la funzione presidenziale dai cittadini. Jospin e commissione, invece, propongono di sostituire questo filtro nella raccolta di 150mila firme di elettori ripartite in almeno 50 province senza che nessuna di queste superi il 5 per cento del totale. Un criterio di equa distribuzione territoriale che dovrebbe intervenireanche nella riforma del sistema di elezione dei senatori. L’attuale regime, in cui a scegliere i componenti del Senato non sono i cittadini ma un’assemblea congiunta di consiglieri regionali, comunali e provinciali rimarrebbe invariato, ma cambierebbe la composizione dei collegi per evitale che i piccoli comuni, specialmente in alcune zone a bassa densità urbana, finiscano per essere determinanti.

Due, sono le proposte che riguardano l’Assemblea Nazionale, la Camera dei deputati francese. Innanzitutto, l’introduzione di una quota proporzionale con scheda disgiunta, valutata al momento attorno al 10 per cento, per garantire un minimo di rappresentanza democratica anche a forze minoritarie che non intendono partecipare a nessun patto di governo. Misura necessaria anche per smorzare il potenziale di popolarità di movimenti anti sistema che, come il Front National attualmente attorno al 15/20 per cento, si sono viste escluse dal Parlamento per numerose legislature. Seconda proposta, una riforma del sistema di rimborso elettorale dei partiti, con una più equa distribuzione delle risorse, oggi limitate a un tetto di 16,8 milioni di euro a soggetto e attribuite con un sistema che penalizza le piccole formazioni e che favorisce in modo abnorme le più grandi.

Ultimo capitolo, ed estremamente delicato, è quello del conflitto di interessi. Le proposte di Jospin e della sua commissione prevedono una “dichiarazione di attività e interessi” da accompagnare a quella fiscale su cui stabilire poi le incompatibilità con eventuali incarichi in base a regole deontologiche prestabilite. Infine, abrogazione dell’immunità per il presidente della Repubblica e obbligo di “blind trust” nell’amministrazione delle proprietà immobiliari di tutti coloro che esercitano funzioni di rappresentanza nazionale o di governo. Ultime due misure di una serie di riforme che punta a chiudere il lungo ciclo gollista e ad aprire una stagione di democrazia maggiormente partecipata a fronte di un paese più omogeneo che negli anni Cinquanta e con una società civile più vivace e autonoma. Forse, proprio grazie al centralismo presidenziale che oggi si vuole mettere in soffitta.






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