Simone Verde


30 ottobre 2012
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La storia, nelle cose

Materialità e cultura nel libro di Neil MacGregor

 
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La storia non sta soltanto nei libri. Al contrario, sta scritta perlopiù nella materia delle cose, degli oggetti, dei documenti superstiti. Ci sarebbe, secondo Neil MacGregor, direttore del British Museum e autore di una fortunata serie radiofonica della Bbc sulla storia universale raccontata in 100 oggetti, un tratto colonialista nel volerlo fare per iscritto. MacGregor non ha affatto torto se si pensa che con l’apparizione della scrittura, 5000 anni prima di Cristo, si è voluto porre il discrimine con la preistoria e se questo discrimine ha diviso il mondo tra l’Occidente, pochi altri, e tutto il resto. Quelli che vengono prima, infatti, sono popoli, civiltà, culture “pre”. Oltre, ci siamo noi. Dalle splendide trasmissioni radiofoniche, in cui i manufatti nella collezione del British sono stato sviscerati, quasi radiografati, è nato ora un libro monumentale (La storia del mondo in 100 oggetti) con un elegantissimo apparato iconografico, edito in Italia e con la consueta cura, da Adelphi (49 euro).

In effetti non avevano scrittura le antiche popolazioni della Tanzania, quelle che abitavano l’antica gola Olduvai incavata nel grande altopiano desertico dell’Africa orientale, che hanno scolpito nella roccia lavica il loro antichissimo chopper – pezzo numero 2 di quelli descritti dal libro – utile a staccare la carne dalle ossa e a spezzare queste per ricavarne il midollo. Non avrebbero saputo o probabilmente neanche voluto raccontarci le loro aspirazioni, le loro necessità e la loro filosofia ma l’hanno fatto comunque, lasciando un patrimonio di significati nell’utensile di pietra. Racconta MacGregor, appoggiandosi alle ricerche degli esperti del settore, che le tante scheggiature non necessarie sul bordo del chopper testimoniano, già 1,8- 2 milioni di anni fa, l’esigenza del superfluo, del simbolico, dell’estetico. Dimostrano, insomma, che gli esseri umani hanno bisogno da sempre di aggiungere alla realtà i segni di un senso ipotetico indispensabile.

Questo libro di oltre settecento pagine perfettamente divulgative, perciò, è una specie di monumento alla materialità delle cose, quella che il racconto teorico della storia vorrebbe farci dimenticare. Materialità che non è materialismo, ma una visione mistica dove la vita, la società e la cultura sono perfettamente incarnate, fuse con il mondo. La paziente opera di decifrazione di MacGregor, così, somiglia per molti versi al lavoro di recupero delle spiritualità tradizionali dal loro interno, di superamento di due secoli di razionalismo critico, quello che tende a demistificare ogni credenza mitica riconducendola a un astratto ordine simbolico imposto dal sociale. MacGregor, cioè, sembra ispirato alla stessa ricerca di una studiosa americana, Caroline Walker Bynum che in un intelligentissimo libro purtroppo non tradotto in italiano (Christian materiality, Zone Books) ha dissepolto secoli di religiosità medievale, restituendo dignità alla sua credenza nelle capacità magiche delle cose.

Reliquie, amuleti, pietre filosofali che l’antropologia ha voluto spiegare oltre le intenzioni di chi le aveva create, confinandone l’efficacia a suggestioni psicosomatiche o a convenzioni sociali. Non poteva che essere il direttore di un museo a rivendicare il ruolo degli oggetti nella loro materialità, a spiegarne il senso tentando di riscoprirne le proprietà, i significati intrinseci. È il caso della Campana cinese dello Shanxi, 500-400 a.C., per esempio, raccontata dal libro: chi potrebbe mettere in dubbio che il suono delle sue vibrazioni non sia la prova del Tao, dell’energia spirituale che costituisce la realtà e attraversa tutte le cose? È un’opinione, forse, ma credibilissima. Oggetto numero 66 è, invece, l’opulentissimo reliquiario della sacra spina, cesellato in oro di un gotico fiammeggiante tutto francese (1350- 1400). Anche qui, come contraddire che la spina fosse davvero quella della corona che torturò la testa di Cristo e come negare fino in fondo le sue virtù terapeutiche, magiche, può darsi anche psicosomatiche (e quindi comunque spirituali) venute interamente dall’aldilà, a provare con centinaia di miracoli che la morte del figlio di Dio è redenzione e quindi sorgente di vita? Che fosse una cosa seria, sta nel fatto che la costruzione della Sainte-Chapelle, oggi affogata in una caserma Napoleone III da urlare vendetta, sarebbe costata al re di Francia 40.000 lire dell’epoca, un terzo della spina.

Da non dimenticare neanche l’oggetto 88, la mappa nordamericana tracciata da un nativo americano su una pelle di cervo in pieno Midwest tra il 1774 e il 1775. Incarnata nella pelle di un animale divino, la mappa non è più una semplice trascrizione del territorio, ma una rivelazione che rende leggibili le valenze spirituali dello spazio in cui si svolge la vita. Uno spazio non semplicemente quantitativo, geografico, ma qualitativo e spirituale. Qual è la realtà vera, perciò, quella del territorio o quella della mappa, capace di condensare le valenze disperse su un’area sterminata? Paradossi di indecifrabile e intricata ricchezza che avvengono solo quando, oltre la tradizione razionalista occidentale, vengono ricomposti significato e significante, materia e forma.

Chiude la raccolta l’oggetto forse più indicativo. Una piccola lampada solare con accumulatore di energia. A dimostrazione che il libro di MacGregor non intende sancire il ritorno della superstizione ma ricordare che ogni civiltà finisce per idolatrare l’origine, inevitabilmente concreta, della propria fortuna. Non è forse analoga a quella nell’energia pervasiva del Tao, la credenza moderna nell’atomo? La piccola lampada e il suo accumulatore, perciò, sono anche un avvertimento all’Occidente e alle conseguenze ecologiche, materiali, della sua ideologia razionalista.






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