Simone Verde


15 ottobre 2012
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Un Commun Ground c’è

La tredicesima biennale d'architettura di Venezia

 
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Raccontano gli astronauti che per riconoscere l’Europa di notte gli basta seguire la lunga scia luminosa che va da Parigi ad Amsterdam e attraversa il Belgio. Un’unica agglomerazione recente connessa con l’enorme ragnatela urbana che si estende per tutto il pianeta. Su base mondiale, la porzione urbanizzata si è dilatata negli ultimi 40 anni per 460mila kilometri quadrati, una superficie pari a quella dell’Iraq tradotta quasi ovunque in un caos urbanistico ben noto all’Italia e difficilmente amministrabile. Con uno scenario simile, naturale che si pensasse a David Chipperfield come curatore di questa tredicesima Biennale d’architettura. Che fosse l’uomo giusto, lo va dimostrando da decenni, lavorando sui tessuti urbani come palinsesti, luoghi complessi carichi di memorie plurali da ricucire assieme sensibilmente. Ne ha dato prova nel recupero del museo Egizio di Berlino, per esempio, attento a ricreare un legame con il contesto della nuova città senza cancellare i segni della guerra e le sovrapposizioni dell’architettura.

Stessa missione ha assegnato alla mostra, che ha intitolato Common Ground, il terreno comune su cui ricomporre il panorama discontinuo del mondo globale. L’intenzione è polemica verso un marketing che privegia pochi grandi nomi, catapulta progetti senza capacità contestuale ed emargina l’intelligenza collettiva che è evitabilmente connessa al lavoro di progettazione e di costruzione. Per questo gli espositori sono stati sollecitati a ragionare su un nuovo spazio collettivo dalla ricomposizione del caos individualistico dovuto a 40 anni di speculazione liberista. Esemplare è la presenza del fotografo Thomas Struth che scandisce la mostra con i suoi ritratti urbani, dove la giustapposizione delle architetture rivela la coesistenza di aspirazioni, di visioni del mondo diverse. Concetto proposto anche da Peter Eisenmann che ha messo su un collettivo per rileggere il Piranesi delle grandi acqueforti del Campo Marzio, fanta-ricostuzione dell’antico, ma già razionale, centrata sull’aspetto utilitario delle costuzioni in un “palinsesto” molto vicino ai problemi di pluralismo e funzionalità del contemporaneo globale. Sempre alla ricerca di un Common Ground, altri hanno insistito sulla capacità di appropriazione con cui il pubblico vive singoli edifici, anche quelli che si vorrebbero univoci.  Herzog & de Meuron, nel percorso delle Corderie raccontano le polemiche e la difficile gestazione dell’Elbphilharmine, la sala filarmonica di Amburgo cui lavorano da quasi 10 anni e interrotta dal 2011 a seguito di una contesa senza esito. Norman Forster, invece, ha ricostuito le diverse modalità di fruizione della sua Hong Kong e Shanghai Bank, gigante tecnologico sollevato da terra per permettere che la piazza in cui si trova diventasse uno spazio comune occupato con modalità e obiettivi diversi.

Senz’altro per effetto della crisi, anche la parte più significativa dei padiglioni nazionali punta sulla ricomposizione dell’esistente, e lo fa nel riciclo. Il Belgio, con una rassegna intitolata The ambition of the territory, tenta di ripensare i risultati disastrosi di una pianificazione orizzontale che ha mangiato il territorio, oggi da reinventare con il poco che c’è. Visionario è il progetto di Toyo Ito per il padiglione giapponese (che non a caso ha vinto il Leone d’oro), Home for all, che mira alla ricostruzione delle aree devastate dallo tzunami di un anno fa, utilizzando le migliaia di metri cubi di rifiuti generati dalla distruzione. Attorno a questa idea, Ito ha messo a lavorare un pool che, rifacendosi alle tecnologie tradizionali, ha sintetizzato un modulo abitativo pilota sorretto dagli alberi sradicati dalle acque. Reduce, Reuse, Recylce è il titolo del padiglione tedesco, che propone un ragionamento sulla riconversione delle architetture degli anni della Guerra Fredda mentre la Francia, con Grands & Ensembles si preoccupa delle banlieue.

Anche il padiglione Italia curato da Luca Zevi, si pone il poblema della riconversione. E lo fa ripercorrendo la storia dell’architettura recente in Quattro stagioni, dall’industrialismo razionalista di Adriano Olivetti all’ultima che si intitola Nutrire il pianeta, obiettivo da conquistare con le tecnologie di un’imprenditoria illuminata che il padiglione vuole promuovere. Lo fa con efficacia, a partire da esperienze importanti, con una museografia elegante e con una narrazione semplice e intelligente. Astraendo forse un po’ troppo, però, dal disastro di quarant’anni di devastazione ambientale e urbanistica. Mentre padiglioni di paesi meno problematici del nostro ripartono proprio dai territori abusati per ricostruire i contesti di vita delle persone, il padiglione Italia potrebbe forse apparire come un Aventino nei territori della bellezza e dell’eccellenza lasciando che dei nodi dolenti, visti forse non a torto come irrecuperabili, continuino a occuparsi i soliti noti con le intenzioni che sappiamo.

Tornando al percorso curato da Chippelfied, alla fine ci si ritrova in un viaggio antropologico dove dal pluralismo finiscono per emergere le tante analogie dettate dalle funzioni elementari dell’architettura. La protezione della comunità, innanzitutto, ma poi l’ergonomia delle forme, la sfida alla gravità, l’isotermia dei materiali, le aspirazioni del simbolico. Lo suggerisce anche l’indiana Anupama Kundoo, che ricostruendo la sua casa nelle Corderie usa gli stessi materiali e le stesse tecniche dell’antico edificio veneziano che ospita l’intervento. Oppure Norman Forster nella sua seconda installazione in mostra dove, al fluire di correnti luminose a terra che collegano i nomi delle grandi megalopoli globali, sulle pareti fa scorrere un’enciclopedia di immagini architettoniche suddivise per forme, funzioni, fruizioni, rivelando affinità insopprimibili. Cupole e spirali che aspirano ovunque alla trasendenza, piazze che puntano all’incontro e allo scontro, elevazioni immaginifiche che celebrano la collettività o il divertimento, rovine che impongono il silenzio. A dimostrazione che, volendo andare oltre i pretesti che generano opporunistici conflitti, un Commun Ground esiste da sempre.

 

(da l’Unità)






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