Simone Verde


24 settembre 2012
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Anche laica, purché sia dittatura

Marine Le Pen contro Ebrei e Musulmani

 
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A Marine Le Pen era sembrata la giornata giusta per soffiare sul fuoco. Era il primo venerdì – giorno santo dei musulmani – dalla pubblicazione delle vignette satiriche su Maometto ed erano pochi giorni dalle manifestazioni parigine sul trailer statunitense che dipinge il profeta dell’islam come un pedofilo sessuomane, manifestazioni concluse da arresti e scontri. Le vignette erano uscite mercoledì sul settimanale Charlie Hebdo e proprio giovedì, dopo il tutto esaurito, era arrivata in edicola una nuova stampata. Per evitare incidenti come quelli del Cairo, quelli di Bengasi che hanno portato alla morte del’ambasciatore Usa o le manifestazioni violente in Pakistan, il ministro degli esteri Laurent Fabius aveva scelto di lasciare chiuse ambasciate, consolati e scuole all’estero. Sembrava la giornata giusta, quindi, per contribuire al clima di tensione, e per questo la leader del Front National, intervistata dal quotidiano Le Monde, a Parigi in edicola alle ore 13 in punto, un’ora prima della preghiera nelle moschee, si è detta favorevole al divieto «del velo islamico e della kippah nei luoghi pubblici», comprese «le strade».

La provocazione di mettere sullo stesso piano i simboli religiosi di islam ed ebraismo si ispira alla copertina dell’Hebdo, dove un rabbino spinge un imam in carrozzella con una nuvoletta che dice «vietato criticare». Tanto più una provocazione, che in Francia il velo integrale nei luoghi pubblici è già vietato per legge e che interdire la kippah o il velo parziale implicherebbe il divieto del copricapo per le suore cattoliche, l’ostensione della croce o di altri simboli religiosi, con una bonifica dello spazio pubblico da qualsiasi simbolo di identità religiosa o comunitaria difficilmente perseguibile nel contesto di una democrazia. E ancora più una provocazione che, esattamente come sul settimanale satirico, il riferimento al mondo ebraico è del tutto pretestuosa, visto che serve a rendere “presentabile” l’attacco all’Islam grazie a una presunta par condicio fondata su un amalgama scivoloso tra conflittualità islamicoebraica e conflitto israelo-palestinese. Che c’entra, infatti, l’ebraismo in una querelle sulla libertà di parola nata dalle proteste per un trailer blasfemo nei confronti di Maometto?

Sembrava la giornata giusta, quindi, ma per fortuna non è successo niente. Le temute manifestazioni, anche grazie allo stop del governo, non ci sono state. Piuttosto, confermando che il bersaglio delle rivolte internazionali è altrove, e sono le elezioni negli Stati Uniti, ieri in Pakistan ci sono stati tre morti tra la folla scesa in piazza a manifestare contro il trailer blasfemo americano. L’operazione di Marine Le Pen, quindi, non è riuscita, ma rivelatore, nella lunga intervista, è il linguaggio doppio, triplo e le allusioni politiche. Come quella a una «dittatura laica ben migliore di quella religiosa perché garantisce maggiori libertà individuali». L’idea, già espressa in campagna elettorale, è di proporre l’autoritarismo come via d’uscita dal conflitto comunitarista tipico di una società, come quella francese, che pena a comporsi con la globalizzazione e con la sua matrice multiculturale.

Non si è fatta attendere la reazione del governo che con un comunicato del ministro dell’educazione, Vincent Peillon, ha accusato la Le Pen di essere «la prima degli integralisti. Le sue parole – ha continuato – sono il giaciglio dell’odio e dell’oscurantismo». Più pacato e istituzionale il tono del presidente della Repubblica, François Hollande, il quale ha dichiarato: «Tutto ciò che divide e contrappone, separa è maldestro. Le uniche regole che conosciamo sono quelle della laicità e della République». La sfida del Front National, però, non si ferma qui. E fa parte di una strategia sediziosa che mira a cavalcare il conflitto sociale e tra comunità, traendo profitto da un fallimento prematuro della presidenza socialista. È anche per questo che la vera preoccupazione del governo è rispettare l’impegno elettorale di far decrescere la disoccupazione dell’un per cento entro un anno. «Impegno difficile – ha dichiarato Ayrault un po’ di giorni fa – ma che bisogna fare di tutto per rispettare».






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