Simone Verde


24 settembre 2012
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La lezione della Polverini

Corruzione, decentramento e velleità della sinistra

 
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L’8 marzo del 2001, con la riforma del Titolo V della Costituzione italiana, poi ratificata il 7 ottobre con referendum confermativo, si operava una “costituzionalizzazione del decentramento amministrativo” iniziato nel 1997 dal Ministro della Funzione pubblica Franco Bassanini. Era la grande trovata del centrosinistra, risolvere il problema Lega avvicinando la politica ai cittadini e rispondere alle richieste di una Repubblica federale. C’era di più, con il decentramento si pensava di risolvere il problema della corruzione, individuato nella lontananza dei centri decisionali dal controllo dell’opinione pubblica. Scarsa conoscenza dell’Italia.

Era così imprevedibile che in grandi aree dove manca la cultura d’impresa e l’etica del lavoro, con il proposito di un avvicinamento della politica ai cittadini si sarebbe arrivati alla moltiplicazione di centri di potere, di tangenti, sprechi, consulenze, abusi come raccontano le vicende della giunta Polverini (e non solo), per non parlare dei conflitti di competenze, della disorganizzazione (basta vedere le conseguenze della riforma sui Beni Culturali)?

Il progetto di avvicinare la politica ai cittadini è sacrosanto. Perché abbia senso, però, ha bisogno di interloquire con una cittadinanza praticata diffusamente là dove intere aree sono caratterizzate ancora da rapporti di potere di tipo feudale, una società civile autonoma e un’attività economica concorrenziale e prospera. In attesa che la prima si dia i mezzi dell’emancipazione e diventi protagonista della seconda, chi se ne occupa?

Lo snellimento dello stato a favore dell’autonomia civile, cioè, va costruito e non utilizzato come alibi per il disimpegno. La classe dirigente italiana, forse per una certa ascendenza culturale cattolica, si sa, ama le grandi narrazioni, i bei discorsi, ma si schifa a occuparsi delle cose concrete. Gli piace il Paradiso e la santità, nel medioevo si è inventata il Purgatorio come male minore perché proprio non ne voleva già allora sapere dell’Inferno (come qualcuno, per esempio, ha definito il Sud).

La giusta scelta di un orizzonte liberale per riforme improntate all’autonomia , così, è finora servita al disimpegno. Di quella cultura, cioè, si è preso opportunisticamente l’appello all’autonomia della società per delegare o negare i problemi e non quello al rafforzamento, una rifondazione responsabile delle istituzioni centrali che l’autonomia implica. Equivoco non sempre in buona fede che rischia di lasciarci in mezzo al guado.

 






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