Simone Verde


21 settembre 2012
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L’effetto farfalla

Le vignette di Charlie Hebro secondo François Géré

 
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“Una provocazione per vendere copie”, afferma a Europa François Géré, professore all’Università di Parigi III, consulente del governo e presidente del French strategic analysis institute, dopo la pubblicazione di altre vignette satiriche su Maometto da parte del settimanale satirico Charlie Hebdo. Era già successo nel 2011 e la sede del giornale era stata poi devastata da bombe molotov. E ora ci riprova, nel contesto di forti tensioni tra Stati Uniti e mondo islamico dopo l’apparizione di un film satirico considerato blasfemo. “È una provocazione che pone problemi irrisolti alle istituzioni, toccando alcuni nodi sensibili, forse impossibili da sciogliere, della tradizione democratica occidentale”, afferma Géré.

Come uscire dalla contraddizione tra rispetto delle religioni e della libertà delle opinioni, tutela della sicurezza nazionale e dell’identità liberale della democrazia?

È la sfida amletica che ci troviamo a fronteggiare in questo momento. Così come il cattolicesimo o l’ebraismo, per fare un esempio, sono legittimamente oggetto di critica e anche di satira, non si vede perché non dovrebbe essere lo stesso con la religione musulmana. Ma allo stesso tempo perché deve essere permesso di violare una fede in uno dei suoi principi più intimi, come il divieto a rappresentare il suo profeta? Si tratta di due argomenti opposti e ugualmente validi su cui è molto difficile esprimersi con nettezza.

L’accettazione delle prescrizioni religiosa non potrebbe portare a una spirale comunitarista che provocherebbe il restringimento delle libertà individuali?

Esattamente questo è il rischio. Sarà interessante vedere, perciò, cosa deciderà il giudice che dovrà emettere sentenza sull’ipotesi di reato di “incitamento all’odio razziale”, così come chiesto da un’associazione di cui ancora non si conosce l’identità e che ieri ha sporto denuncia. Ieri, questi cittadini hanno chiesto la condanna del settimanale satirico, vedremo se verrà data loro ragione. È un caso interessante, poiché il reato prospettato non sta nel contenuto del messaggio, ma nel contesto, nella strumentalità con cui è stato architettato. È una specie di via di mezzo.

È avvenuto a fini pubblicitari o politici?

Entrambi, direi. Consideri che ieri le copie del Charlie Hebdo sono andate tutte vendute, che si prevede una ristampa e che questa arriverà nelle edicole venerdì, giorno di preghiera per i musulmani. Ed è anche vero che il giornale è stato devastano, nel 2011, all’indomani della pubblicazione delle prime vignette, da un attacco molotov.

Oltre alla copertina del settimanale francese, però, c’è anche il video americano degli ultimi giorni, che ha provocato proteste e la morte dell’ambasciatore Usa in Libia. Pensa che nei due casi ci sia una premeditazione?

Molto difficile da dire. Viviamo in un mondo complesso e sempre più connesso, dove diventano sempre più frequenti paradossi come questi. Un video di un signor nessuno che in passato, anche solo dieci anni fa, sarebbe stato completamente ignorato, oggi finisce per provocare manifestazioni in tutto il mondo islamico, con morti e feriti. Si chiama effetto farfalla in linguaggio giornalistico, dal famoso racconto di fantascienza di Ray Bradbury. Mi sembra sia solo questo. La vedo difficile una macchinazione così costosa a partire da un pretesto non di sicuro effetto come il trailer di un film o la copertina di un settimanale satirico.

Per quanto riguarda il film americano, però, c’è una serie di stranezze dietro questa storia. E il fatto che il tutto avvenga in campagna elettorale. Non crede ci sia la volontà, in alcuni ambienti, di pesare sulle elezioni in corso?

Non lo si può escludere, certo. Anzi, è probabile. Direi, però, che l’esplosione delle proteste con le modalità violente che stiamo vedendo, sia del tutto imprevisto. Qualcuno ha fatto quel film con fini goliardici e provocatori, forse anche con dietro molta frustrazione culturale di fronte alle convivenze difficili della globalizzazione. La miccia ha poi trovato da sola la polveriera. Ben oltre quello che chiunque avrebbe pensato. Diciamo anche, se vuole, che a quei settori che non vogliono rapporti distesi in Occidente, corrispondono altri settori che con intenti diametralmente opposti, perseguono le stesse finalità. E anche questi, cogliendo l’occasione, si sono mossi. Quanto al settimanale francese, si tratta di una provocazione a posteriori e opportunistica, qui non c’è premeditazione.

Come si stanno comportando il governo Ayrault e il presidente Hollande di fronte a questa crisi che sembra dar ragione alla destra?

Direi in maniera molto equilibrata. Senza strumentalizzare la cosa, anche dopo le brutte manifestazioni a Parigi, stanno cercando di calmare la situazione e di spegnere il fuoco. Certo, le tensioni tra comunità sono sempre presenti, anche perché crescono su un sostrato di crisi sociale che il governo dice di voler affrontare, vedremo con quale determinazione e con quali risultati, però.






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