Simone Verde


21 settembre 2012
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Il ritorno dei soliti noti

Vasconcelos, Koons e la speculazione nel mercato dell'arte

 
vasconcelos

(Dall’Unità del 20  luglio 2012) – Non sono bastate due biennali di Venezia incentrate al rinnovamento dell’arte contemporanea in antitesi al mercato, quella diretta nel 2009 da Daniel Birnbaum e quella del 2011 dall’austriaca Bice Curiger. Non è bastata la crisi spaventosa che subito dopo il 2008 ha svuotato le gallerie di Londra e New York, le più prestigiose al mondo, lasciando per un attimo presagire la fine di un’era. Non è bastata neanche la fatua conversione delle fiere pagane di Basel e di Miami, aperte quanto mai a convegni e ad approfondimenti intellettualistici. A quattro anni dalla crisi finanziaria più grave dal dopoguerra il mercato dell’arte è in piena ristrutturazione e i suoi protagonisti sono gli stessi di un tempo, come i magnati della finanza che da sempre li sostengono, quasi tutti ai loro posti. Con esiti sempre più paradossali ben illustrati da due mostre attualmente in corso. La prima, una monumentale retrospettiva dedicata a Jeff Koons alla Liebieghaus e alla Schirn Kunsthalle di Francoforte, fino al 23 settembre. La seconda, una fastosa rassegna glamour che la portoghese Joana Vasconcelos ha concepito per la reggia di Versailles (fino al 30 settembre).

 I due, molto distanti anagraficamente ma artisticamente vicini, lavorano sui simboli della democrazia dei consumi ma – ecco il paradosso -, si trovano a celebrare un’opulenza destinata ormai a pochi. Assolutamente provocatori ed efficaci sono, certo, gli accostamenti arditi di Koons nella collezione di statuaria antica della Liebieghaus. Basta pensare al Michael Jackson in porcellana dorata nel bel mezzo di sarcofagi egiziani, oppure della semipornografica donna seduta in una vasca, davanti alla splendida pala d’altare quattrocentesco di Andrea della Robbia, per capire l’efficacia dello shock su cui lavora l’artista. L’universale usa e getta delle democrazia dei consumi che nella sbornia dell’acquisto ci fa sentire onnipotenti come dei pagani, scaraventata contro i valori sacri di una società antica e piramidale. Stesso conflitto illustrato del grande coniglietto in alluminio, quasi un palloncino gonfiato per bambini, collocato in dialogo con policrome madonne del gotico tedesco.

Non dissimile è la visione del mondo della Vasconcelos, che ha invaso, dissacrante, le sale della Reggia di Versailles. Con due cuori giganteschi fatti di merletti cesellati da migliaia di forchette di plastica piegate e arcuate a mano come antichi ferri battuti barocchi, attaccati al soffitto nelle sale della Pace e della Guerra tra gli affreschi di Le Brun. Oppure nel mobile in ebanisteria in un fantasioso stile Luigi XV, messo accanto al letto di Maria Antonietta e intitolato Parrucca, visti gli sbuffi di pelo e capelli che escono dalle numerose protuberanze. Senza parlare della Valchiria trousseau, gigante tentacolare fatto di stracci colorati e merletti sospeso per tutta la lunghezza della Galleria della battaglie, una delle pompose sale della reggia che ospitano il Museo della storia di Francia. Anche lei, cioè, lavora sullo shock estetico tra l’eternità imponente dei marmi classici e un consumistico transeunte di oggetti che sembrano uscire immediatamente dalla volontà divoratrice dell’artista. Un lusso di stracci, piume a buon mercato, porcellane kitsch potenzialmente usa e getta, come le due aragoste in combattimento, Delfino e Delfina, imbandite su una tavola di raso nell’anticamera del Grand Couvert. Oppure, Marilyn, enormi scarpe con tacchi a spillo fatte di pentole e coperchi d’alluminio come i falsi gonfiabili di Koons, su cui si riflettono gli affreschi della galleria degli specchi.

Questo kitsch popolare, questa sbornia dei consumi, però, in mezzo alla recessione suona tutt’altra cosa dalla “celebrazione della democrazia nella reggia del potere”, come racconta la Vasconcelos nel catalogo (Flammarion, euro 45). Anzi, sembra tutto il contrario. Sembra l’esaltazione di un consumismo un po’ decadente poiché destinato a pochi. Tanto più che a investire su di lei è soprattutto François Pinault, magnate del lusso, proprietario di Christie’s, di Palazzo Grassi e Punta della dogana a Venezia, mentore da sempre del presidente del museo di Versailles, l’ex ministro Jean-Jacques Aillagon. Il tutto, in un cortocircuito tra pubblico e privato dove, saltato il patto consumistico che legava i cittadini allo strapotere finanziario e industriale, l’unico che resta è soltanto quest’ultimo. Ugualmente va per Jeff Koons, ex broker lui stesso e artista preferito di Bernard Madoff, grande artefice della crisi planetaria dei subprime. A tal punto legato a questi ambienti che dopo il 2007, sicuri di una punizione e di un cambio di rotta, gli investitori avevano smesso di puntare su di lui in massa: -47 per cento tra 2009 e 2010. Previsione sbagliata, poiché il riflusso non sarebbe arrivato, così come la riforma della finanza e la redistribuzione della ricchezza che ci sarebbe aspettati. E così, invece di una nuova arte istituzionale legata a valori più intellettuali e meno commerciali, siamo al ritorno delle vecchie celebrità. Che significa, per Koons, quotazioni in aumento del 56 per cento già solo per i primi mesi del 2012 (dato Artprice).

Anche la Vasconcelos, nuova scoperta dei soliti speculatori, non cessa di progredire nei prezzi, visto che dei nuovi artisti tanto invocati e mai arrivati – quelli sensibili alla crisi, al riscaldamento climatico, al declino del sociale -, prende il posto. Lei, che nel momento in cui parla del valore politicamente rivoluzionario della sua arte ci tiene, però, a far sapere la marca delle pentole con cui è costruita la sua installazione: “Sono portoghese, quindi per fare Marilyn ho comprato delle Silampos”, racconta nell’intervista in catalogo con la stessa nonchalance con cui Laura Linney lanciava spot domestici nel Truman Show.






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