Simone Verde


18 luglio 2012
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Liberare la società per liberalizzare l’economia

La lezione dei Beni Culturali alla politica

 
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Cultura non è soltanto tutela e attività ricreative. È molto di più. Il problema delle potenzialità inespresse, infatti, esiste drammaticamente e lo dimostrano alcune cifre come quelle del Pil 2011 legato ai beni e alle attività culturali: 36,4 miliardi dell’Italia contro 81 della Francia e 70,4 della Germania (dati rapporto Neri). Questo, senza calcolare i benefici generali per l’immagine commerciale, la stabilità sociale e l’innovazione. Quanto ai numeri, fanno eco alle differenti risorse allocate nel 2011: 1,4 miliardi dal Mibac (più o meno il doppio se si aggiungono regioni ed enti locali), 7,5 dal ministero della Cultura francese e 8,5 miliardi di stato e Land tedeschi. Uno scarto abissale che, secondo alcuni, spiegherebbe perché la crescita del nostro paese è sempre al di sotto di un punto, di un punto e mezzo della media Ue. Italia, fanalino di coda Ue per la scarsa crescita in Cultura? Difficile da dimostrare, anche se gli scarsi investimenti sono diventati uno dei cavalli di battaglia del mondo imprenditoriale italiano che dal Sole24ore ha lanciato un manifesto in cui la cultura viene messa in relazione alla creatività e alla crescita.

Sicuri, però, che per rilanciare la creatività basterebbe aumentare gli investimenti e aprire di più ai privati? A confermare la necessità di una svolta ben più radicale, sembrano almeno tre elementi. Il primo: come dimostrano alcune inchieste in corso, il Mibac, le regioni e le soprintendenze non si sono dimostrate, negli ultimi anni, capaci di spendere le somme risibili che hanno a disposizione, contribuendo anzi a numerosi sprechi (vedi ItaliaFutura 13 marzo 2012). Un disinteresse che prova quanto la “cultura” venga praticata e percepita come valore a perdere e non come elemento di sviluppo. Il secondo, sta nella mancanza di coordinamento e nell’intreccio con la politica con cui vengono spesi i contributi degli sponsor che, come fatto notare in passato (Settis, Ginsborg, 2002), finiscono spesso per aggravare alcuni aspetti del problema piuttosto che sollevare lo stato da prerogative che non riesce a svolgere. L’autonomia del privato, cioè, è tutta da costruire. Il terzo e più decisivo fattore, invece, viene dai cultural studies e dall’economia della cultura. Il punto vero, infatti, è che mettendo la cultura in relazione con la creatività e con la crescita, si fa riferimento a un suo concetto e ci si carica di aspettative che per essere soddisfatte richiedono un approccio sistemico molto più ambizioso da quanto viene spesso praticato e teorizzato in Italia.

Scriveva nel 1998 il premio Nobel Herbert Simon: «Le azioni sono creative quando producono qualcosa che sia originale, interessante o abbia valore sociale». Definizione non distante da quella filosofico-strutturalista di “gioco linguistico” o da quella antropologica di “risoluzione di problemi in modo innovativo”. In tutte, cioè, vale un concetto di creatività come esercizio di autonomia intellettuale all’interno di un consolidato pluralismo culturale. Nulla a che vedere con la passività delle attività ricreative o di una tutela per niente proattiva dominante in Italia e alla base delle richieste di maggiori risorse pubbliche e private. Gli strumenti entro cui operare la svolta sono in gran parte noti e vengono da un dibattito nato negli anni Settanta e confluito in definizioni come quella di “economia della conoscenza”. A destarlo fu la necessità di dimostrarsi all’altezza della competizione globale, grazie alla sperimentazione e all’innovazione in tutti i campi.

Anche a livello istituzionale ne è nata una serie di rapporti tra i quali spiccano quello Ue del 2006 (Rapporto Kea), lo “Staying ahead” britannico del 2007 e il rapporto Cultura e Creatività commissionato dal Mibac dello stesso anno. Gli esiti di questi studi, articolati sull’Italia, permettono di trarre una conclusione inequivocabile: se si vuole che la cultura diventi strumento di creatività, non possono essere soltanto le politiche di settore a dover cambiare ma è necessario un sistema diverso di obiettivi che nella cultura si esercitino come in una parte significativa di una più ampia riforma di società.

Per chiarire il senso di questa conclusione veniamo al problema del pluralismo culturale, presupposto indispensabile per l’esercizio della creatività. L’Italia è uno dei paesi dove l’ascensore sociale funziona meno. Secondo il Censis, il 42 per cento dei laureati in diritto ha un genitore con la stessa laurea, il 48 per cento dei figli di operai non migliora la propria condizione e l’8 per cento la peggiora. Secondo l’Ocse, siamo tra gli ultimi in Europa per differenza tra il livello di stipendio dei padri e dei figli. A questo si aggiunge la tarda età con cui i giovani lasciano la casa familiare. Tutti ostacoli concreti al rinnovamento. Le cause non risiedono in un determinismo invalicabile, ma nell’assenza di politiche adeguate all’autonomia e alla cittadinanza. Il nostro, paese è l’unico in Europa assieme all’Ungheria, a non prevedere un salario di disoccupazione o forme coordinate di formazione e avviamento al lavoro. Non dispone neanche della mobilità e del libero mercato statunitense ma si trova per metà bloccato da strutture sociali premoderne e da un’assenza di libera concorrenza che si chiama criminalità organizzata e che non aiuta di certo creatività e innovazione. Handicap gravissimi che spiegano la scarsa pratica della cultura come valore sociale, e l’insufficiente autonomia del privato e della società civile, incapaci di rappresentare un’alternativa alla politica.

Come si può pensare in questo contesto che basti investire di più in conservazione e attività ricreative per ottenere quel pluralismo culturale, quell’individualismo creativo necessario alla crescita di cui si parla tanto? Uffe Elbaek, ministro della Cultura danese, e il commissario Ue Androulla Vassilou, facevano notare sulle pagine del Sole24ore che il lavoro dei creativi è di esempio alla libertà, mette in discussione categorie consolidate e spinge all’innovazione. Come potrebbe essere, in Italia, dove mancano le infrastrutture dell’autonomia e della cittadinanza? Il nostro è un paese sempre più ingegnoso e non creativo dove le risorse intellettuali vengono messe al servizio della capacità di adattamento a un sistema che lascia scarsi margini di libertà individuale. Se si vuole aiutare la creatività e farne un motore di sviluppo, allora, bisognerà creare le condizioni di un maturo pluralismo culturale in cui la liberalizzazione della società funzioni come presupposto di un’effettiva liberalizzazione dell’economia.

(apparso su Italiafutura il 28 maggio 2012)





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