Simone Verde


18 luglio 2012
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Disimpara l’arte senza metterla da parte

Il manuale di didattica di Serena Giordano

 
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Se proprio si è in collera con il sistema dell’arte, i suoi meccanismi, i suoi protagonisti o l’insegnamento un po’ pedante dei curricula liceali, allora è bene comprare l’ultimo libro di Serena Giordano: Disimparare l’arte, manuale di antididattica (il Mulino, 15 euro). Forse il libretto più apertamente iconoclasta pubblicato negli ultimi tempi. Da un altro fronte, ma quasi più duro della polemica contro il contemporaneo intrapresa da Jean Clair nel 1994 (con la Critica della modernità), ribadita nel più recente L’inverno della cultura (2011). Con tono molto più circostanziato – dall’insegnamento al fenomeno delle grandi mostre commerciali –, non c’è un segmento di questo mondo che venga salvato dalla critica feroce dell’autrice. Ha ragione? Di sicuro, quando sottolinea la centralità del consenso sociale per una buona conservazione dei beni culturali.

Quando punta il dito (come nell’immagine di copertina) contro gli intellettuali passivamente scandalizzati. Il primo tema di questo lungo j’accuse, tanto più d’attualità in questi giorni di esami di maturità, è quello dell’insegnamento scolastico, del nozionismo con cui si formano generazioni di giovani alla noia e alla fruizione passiva. L’autrice vede giusto, tanto più che in un paese come l’Italia non sarebbe difficile ricorrere a metodologie di scoperta dell’arte fuori dai libri, davanti alle opere.
Ha meno ragione, però, quando affronta il tema dell’insindacabilità del giudizio estetico: chi decide se una scultura o un quadro hanno valore oppure no. Quanto all’apprezzamento personale, vale sicuramente, e senza tabù, il punto di vista del singolo, unica autorità per decidere cosa è “bello” e cosa è “brutto”. Dal punto di vista storico-artistico, però, c’è poco da discutere, visto che il valore simbolico delle opere o la codificazione sociale del gusto sono fatti oggettivi. Ben oltre quanto afferma l’autrice, cioè, tutta la difficoltà del percorso didattico sta proprio nell’insegnare a distinguere tra i due aspetti.
Nel fornire i codici di lettura per linguaggi consolidati, unico strumento per conquistare poi autonomia di giudizio ed esercitare la creatività con consapevolezza. Se non basta lo spontaneismo iconoclasta e libertario a rendere davvero libera la fruizione della cultura e dell’arte, però, la Giordano centra ancora una volta quando si scaglia contro le fabbriche di eventi, contro mostre, pensate a parole per il grande pubblico senza complessi, ma in realtà concepite per spettatori passivi, infarcite di stereotipi e di luoghi comuni. L’altra faccia del disimpegno degli intellettuali contemporanei, non proprio occupati a cercare un’efficace sintesi tra divulgazione dei saperi codificati e nuova creatività, nuova cultura popolare






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