Simone Verde


17 luglio 2012
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Non solo Pompei

Lo smantellamento del MiBAC e il crollo silenzioso dei Beni Culturali

 
angelo viva allegoria modestia1

(dal Venerdì di Repubblica del 13 luglio) – Non solo Pompei. E non solo Sud. La crisi dei beni culturali nel nostro Paese va oltre i nomi eclatanti e le aree geografiche. Affonda i grandi siti archeologici e le città d’arte . Colpisce al cuore la nostra cultura. Che si disgrega, giorno dopo giorno, come le rovine di Pompei. L’elenco delle cose che non vanno è lungo: musei chiusi, aree archeologiche segnate dai crolli, opere d’arte colpite dall’incuria, progetti avviati e mai finiti. Difficile sperare in un’inversione di tendenza in un’Italia che destina al settore 1,4 miliardi, lo 0,19 per cento del Pil. Meno di un terzo degli altri paesi europei.

L’allarme è generale ed arrivato persino a Torino, ex città industriale che ha puntato molto sulla riconversione nella cultura. Il 18 marzo scorso, alla chiusura della Galleria Sabauda destinata alla Manica nuova di Palazzo reale, «caldo e umidità soffocanti erano all’origine degli scollamenti che tutti abbiamo visto nelle pezzette messe in fretta sulle tele di una collezione in rovina» racconta uno storico dell’arte del calibro di Enrico Castelnuovo. Sotto accusa finisce il disegno di lasciare le vecchie sale al Museo egizio, secondo alcuni dettato dalla fretta degli sponsor e dalla subalternità dello Stato. La soprintendente Edith Gabrielli al telefono nega tutto, il direttore regionale, Mario Turetta minimizza ma non nega: «Il problema è durato un giorno e mezzo, non ha provocato danni ed è stato subito risolto».

A volte, poi, la cattiva tutela è quasi peggio della natura che torna a essere matrigna . Il terremoto in Emilia danneggia pesantemente chiese e campanili. Che poi vengono rasi al suolo per ragioni di sicurezza. Secondo gli esperti , però, con troppa precipitazione. A Poggio Renatico e Buonacompra la campana adesso tace. Sparite anche le ciminiere di Bondeno e del Molino Parisio a Bologna. «Dopo il terremoto nel reggiano del 1996, i campanili di Correggio, Villa Sesso, Bagno in Piano, simili a quello di Buonacompra, vennero messi in sicurezza e salvati. Lo smantellamento della tutela sta provocando un olocausto del patrimonio: il ministero non c’è più, al suo posto c’è la Protezione civile» spiegano Elio Garzillo e Pier Luigi Cervellati di Italia Nostra.

Quando non c’è il terremoto basta l’uomo (e le poche risorse a disposizione) a fare danni. A Venezia, tanto per dire, la Galleria dell’Accademia è aperta. Tutto bene? Insomma, perché Ca’ d’Oro e Palazzo Grimani, sono a orario dimezzato per mancanza di personale. Senza dimenticare l’acqua che, quando piove, lambisce i dipinti di Brera a Milano. O i Grandi Uffizi a Firenze, il cantiere infinito in cui si è esercitata la «cricca» P4 dei vari Balducci e Anemone.

A Roma a soffrire particolarmente è l’area archeologica centrale. Lo scorso autunno le piogge hanno fatto esondare le fogne che finiscono abusivamente nell’antichissima Cloaca Massima , finche hanno inondato il Foro. Millenni di storia tra i liquami. Al Palatino, d’altro canto, rimangono aree tutte da investigare e altre che possono essere spazzate via da una frana da un momento all’altro. «I restauri richiederebbero molto di più dei 30 milioni arrivati» spiega Maria Grazia Filetici, responsabile di opere di consolidamento ispirate alle tecnologie antiche e autrice di un appello al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per la dignità del lavoro nel settore (a cominciare dagli stipendi) rimasto inascoltato.

A volte, anche se raramente, il problema non sono le risorse: «È la carenza di tecnici che impedisce la capacità progettuale. Si rischia di perdere finanziamenti, di mandare avanti progetti superati o di demotivare i privati» racconta Giuseppe Morganti che scava nella Domus Tiberiana, sul Palatino . In effetti l’area è piena di cantieri avviati e mai finiti, di zone restaurate di nuovo a rischio per mancanza di manutenzione, senza parlare del degrado delle uccelliere Farnese. Altro punto dolente è l’Archivio centrale dello Stato: praticamente la memoria della nazione. Una mostra di qualche tempo fa ha «svelato» depositi semi abbandonati, con intere zone funestate dalle infiltrazioni di acqua e con molti documenti in deperimento. L’Archivio è in affitto dall’Ente Eur, proprietario dello stabile: nel 2012 la spesa sarà di 7 milioni di euro.

Si scende al Sud. Precisamente nell’Anfiteatro Flavio di Pozzuoli. Per terra alcuni blocchetti caduti dalla volta. Nulla di irreparabile, certo. Ma un nuovo segno di uno stillicidio che si consuma quasi tutti i giorni. E se i sotterranei della cavea sono in buono stato (grazie ai fondi Ue), il resto della struttura versa in una condizione disastrosa con le volte puntellate alla meno peggio. Un piccolo museo allestito nell’ambulacro interno è una rovina nella rovina, con reperti coperti di polvere, animali morti e pannelli deteriorati. Se si aggiunge che il giorno della visita il sito è chiuso per mancanza di custodi con scolaresche venute per niente che protestano fuori dal cancello , il quadro è completo. Stessa sorte toccata al Rione Terra, il centro storico di Pozzuoli svuotato e scavato, che doveva diventare un polo turistico e che invece è una città spettrale.

«Le risorse sono inadeguate persino per le emergenze», spiega la soprintendente archeologica di Napoli e Pompei Teresa Cinquantaquattro. «Con venti milioni l’anno, la metà in spese morte, cosa possiamo fare?». Lasciando fuori Pompei, solo l’Anfiteatro di Pozzuoli richiederebbe sei milioni di euro. Un’altra decina per Cuma, «mangiata» dalle acque marine. Senza parlare del Castello di Baia, consacrato nel 2008 “il più bel nuovo museo d’Italia” in attesa di essere completato, con il maschio incastonato nella villa di Giulio Cesare, che cade in rovina. La direttrice Paola Miniero, 1700 euro al mese di stipendio per un lavoro con responsabilità civili e penali, spiega: «Per rimanere aperti abbiamo proposto ai restauratori attività di “monitoraggio conservativo”. In pratica se un custode va in pensione, chiudiamo». A qualche chilometro, nella famosa Piscina Mirabilis, lavora, per uno “stipendio” di 360 euro netti l’anno, l’ottantenne signora Giovanna. Il giorno della nostra visita, però, è chiuso. E lei, alle prese con una dolorosa flebite, urla da lontano verso chi la disturba.

L’emergenza di Napoli città , invece, è quella dei beni artistici. Il soprintendente Fabrizio Vona racconta che può contare solo su 25 storici dell’arte che, assicura, «lavorano giorno e notte». Come Serena Mormone, per esempio, direttore del Gabinetto dei disegni e delle stampe, curatore del fondo grafico dell’Accademia, responsabile dei depositi esterni e di più di una chiesa, che al museo di Capodimonte gestisce le collezioni di Ottocento e Novecento. Vona ci racconta delle finestre rattoppate e delle perdite d’acqua quando piove a Villa Floridiana, che ospita una collezione di ceramiche tra le più belle del mondo. Poi ci mostra anche i sotterranei gotici della Certosa di San Martino, museo dimenticato della scultura napoletana dove le opere giacciono in mezzo a erbacce, calcinacci e umidità. Senza contare alcune delle duecento chiese del centro. Troppe per un bilancio di 3,7 milioni l’anno, che se ne vanno per la metà in bollette. Basta entrare nel Sacro Tempio della Scorziata per rendersi conto della devastazione: spazzatura, topi e puzzo di fogna. Più che sacro, profano.

«Il Mibac sta interrompendo il passaggio generazionale delle conoscenze in un blocco del turnover che dal 2001 al 2011 ha visto il passaggio da 25mila a 18mila dipendenti. Oggi rimangono troppi amministrativi e non abbastanza tecnici. D’altronde, una volta, il ministero lavorava con le soprintendenze, non contro» conclude con amarezza Vona. Il viaggio finisce a Napoli ma potrebbe concludersi a Palermo o a Reggio Calabria dove il museo dei 150 anni di un’Italia in crisi aspetta di essere aperto. E i bronzi di Riace sono sottratti da tre anni alla vista del pubblico.

(con Maria Pia Guermandi)

 






Un Commento


  1. Ma cosa possiamo fare? Si deve cercare di rendere più commerciali i siti archeolgici e i beni artisitici con l’obiettivo di creare un volano economico capace di finanziare la manutenzione dei beni stessi. Ci sono tanti giovani discoccupati in Italia e non vedo momento migliore per organizzarli in cooperative e provare a fargli gestire il nostro patrimonio. Non servono risorse importanti potendo iniziare con progetti pilota per verificare la fattibilità delle iniziative.
    Sara



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