Simone Verde


10 giugno 2012
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Ricostruire il contemporaneo

Tsibi Geva ospite dell’Horcynus Festival

 
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Nato dall’omonimo e monumentale romanzo di Stefano D’Arrigo, sono dieci anni che il festival Horcynus Orca, nel parco che domina Cariddi e guarda a Scilla, tenta di costruire le infrastrutture culturali di un Mediterraneo dilaniato. E lo fa a partire dalla Sicilia e con la sinergia di oltre cinquanta soggetti, tra cui università, singoli cittadini imprenditori, soggetti dell’economia mutualistica e istituzioni «alla ricerca di reciprocità tra comunità e territorio», come spiega il manifesto della fondazione che opera in numerosi paesi del Nord Africa e del Medio Oriente con attività di ricerca, scambi culturali-artistici e iniziative aperte alla società civile. Un intenso programma che culmina ogni anno nel festival estivo, anche per questo 2012 ricco di ospiti internazionali e di scambi euromediterranei.
Tra gli ospiti, il regista israeliano Eram Kalirin con il suo ultimo film, La banda, il direttore del Centro di Arte contemporanea di Tel Aviv, Sergio Edelsztein, curatore di una minirassegna sulla vide-arte israeliana, mentre la cantante Noa chiuderà il festival al teatro Greco di Taormina insieme al Solis String Quartet. Artista plastico contemporaneo, ospite d’onore di questa edizione, è Tsibi Geva, da giorni già attivo nella Torre degli inglesi di Capo Peloro a mettere su la sua installazione site specific: «Nel mio rifiuto di un’arte commerciale e integrata nei circuiti del mercato e della sua industria – racconta a Europa – c’è la necessità di onorare gli inviti che mi vengono fatti con interventi sempre diversi, non seriali, concepiti in rapporto e in osmosi con il contesto nel quale vengono collocati». Come poteva essere diversamente, d’altronde, in un territorio problematico, unico e magmatico come quello siciliano?
L’artista, che lavora a Tel Aviv, da sempre opera con uno sguardo rivolto alla terra, ricerca consonanze tra l’inconscio culturale e le forze della natura, in una rigenerazione del contemporaneo nella densità premoderna del Mediterraneo. «Personalmente uso tecniche e materiali tradizionali, ma anche objets trouvés che raccolgo per strada. Spazzatura che per me non è rifiuto, poiché porta traccia delle mani in cui è passata. È un modo di ridiscutere l’utilitarismo della società della tecnica e di riportare l’uomo alle sue aspirazioni più autentiche e sostenibili, di riappropriarlo della sua memoria». Il contrario dell’usa e getta che in termini di mercato si traduce in quotazioni altalenanti, fino alla nemesi.
La presenza di Tsibi a Messina, perciò, è particolarmente significativa nel contesto di una fondazione che lavora a «un’economia sostenibile e giusta che stia dentro la comunità, che lotti contro le mafie e che dia spazio agli esclusi dallo sviluppo». L’artista israeliano, infatti, opera da sempre per la promozione della libertà e dell’incontro tra popoli – israeliani e palestinesi innanzitutto –, in aree difficili del mondo. Non molto più difficile di quanto sia la Sicilia, martoriata da una pressione e un controllo sociale che si chiama racket e mafia. «Parte del mio lavoro è destinata alla vendita – spiega – ma la parte cui tengo di più, il cuore della mia ricerca, è invece tutto devoluto al rapporto diretto con le persone, con le popolazioni, nei quartieri difficili.
L’arte può sembrare distante e rarefatta, un lusso di troppo per chi deve pensare quotidianamente alla sopravvivenza. Per me, invece, è uno strumento di dialogo e di emancipazione fondamentale, essenziale, è lo strumento per sovvertire le tante subalternità e le alienazioni che subiamo. È un modo per far sì che le persone si riapproprino dello spazio in cui vivono, e perché tessano memoria e comunità». Parole cui fa eco il programma del festival e il decennale lavoro della fondazione. Che al dialogo tra le culture ha consacrato tutto. Ma che, ancora di più, avvertendo l’urgenza della crisi ambientale e sociale, l’oppressione della terra in cui è nata, la violenza di modelli economici e di sviluppo imposti dall’alto con strumenti finanziari che vanno e vengono seguendo i ritmi non dell’impresa ma della speculazione, si preoccupa di «modelli di sviluppo locale». Di una crescita nella consapevolezza delle identità e delle risorse materiali e culturali, contro i risvolti criminali dello sfruttamento globale che subisce. Per questo, la decima edizione di Horcynus sarà in gran parte una riscoperta della cultura ebraica come uno dei crocevia della costruzione dell’identità mediterranea da cui ripartire.






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