Simone Verde


6 giugno 2012
Twitter Facebook

La scoperta della natura

Pächt, l'Italia e l'invenzione della modernità in pittura

 
800px-Maturino2

Giotto «divenne tanto imitatore della natura che ne’ tempi suoi […] risuscitò la moderna e buona arte della pittura». Così Vasari, che attribuisce all’Italia l’invenzione della modernità in pittura. Analisi corretta se, come avrebbe dimostrato ai primi del Novecento lo storico dell’arte Otto Pächt in un fondamentale libello riedito da poco da Einaudi, La scoperta della natura, la prima volta che si può rintracciare «la verità empirica di una visione parziale» è nell’Erbario Carrarese, opera di un maestro padovano della fine del Trecento. Le prime rappresentazioni di una natura investigata scientificamente, cioè, sarebbero apparse nell’Italia del Nord, risvolto della rivoluzione estetica toscana. Oggetto di ricerca è la presenza divina nella struttura matematica del creato e la capacità, altrettanto divina dell’uomo di coglierla grazie alle sue risorse razionali. Un equilibrio virtuoso tra natura e cultura che costituisce l’ossessione del rinascimento e l’essenza del classico e il più alto contributo dell’Italia alla nascita dell’Europa moderna.

A ribadirlo ci pensa una mostra passata il 28 giugno da Parigi a Madrid, al Museo del Prado, fino al 25 settembre. Natura e ideale, il paesaggio a Roma tra 1600 e 1650. L’opera che avrebbe codificato la nascita di questo nuovo genere pittorico è assente poiché si tratta di un doppio affresco di Polidoro da Caravaggio dipinto per la cappella di Fra Mariano Fetti a San Silvestro al Quirinale, oggi dimenticato dal pubblico e anche dalla soprintendenza, a giudicare dal non eccellente stato di conservazione. Tolto Polidoro, però, alla mostra non manca proprio niente. Dalla Fuga in Egitto di Annibale Carracci, altro dipinto archetipico, ai documenti della diffusione del modello italiano, Claude Lorrain, Gaspard Dughet, Nicolas Poussin e così via. A rendere possibile la quasi scomparsa dell’uomo sulla tela è la crisi del Secolo, una natura che, con le sue forze divine prende il sopravvento sulla cultura e sulla società. Dallo studio empirico e razionalista, così, la pittura italiana porta già in sé tutti i passaggi della pittura europea, dall’impressionismo al sublime romantico.

Guardando a questa lunga tradizione, non stupisce ritrovare all’articolo 9 della Costituzione la difesa del paesaggio. Stupisce di più che in piena crisi ambientale e dopo sette secoli di dibattito, tre storiche dell’arte come Francesca Cappelletti, Patrizia Cavazzini e Silvia Ginzburg debbano rivolgersi altrove per una mostra come quella al Prado di cui sono ispiratrici e commissarie scientifiche, e per il momento destinata a non venire in Italia. Una mostra già passata al Grand Palais che avrebbe potuto benissimo partecipare degli eventi per i 150 anni dell’Unità e a lavorare al recupero di quel bagaglio di progettualità dormiente nella nostra cultura, unica in Europa a non aver prodotto un dibattito serio sul senso di una nuova modernità e sulla sostenibilità dello sviluppo.






0 Commenti



Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>