Simone Verde


16 maggio 2012
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Dopo il voto, l’Hollande di sempre

Torna nel presidente, il leader dei moderati Ps

 
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Non è Mitterrand il modello presidenziale di François Hollande. È Georges Pompidou. Era sfuggito a molti ma da candidato del Ps l’aveva scritto nero su bianco in un’intervista con Franz-Olivier Giesbert. Lo si è visto chiaramente ieri nel discorso di insediamento all’Eliseo, dove la parola forse più ricorrente è stata “nazione”. Un gaullista di sinistra? La realtà è che nella tradizione istituzionale i partiti e gli schieramenti si dividono ma poi si ritrovano uniti sui valori repubblicani.
D’altronde, sta scritto nel rituale, nell’intronizzazione andata in scena ieri. Per la settima volta nella Seconda repubblica, per appena la ventiquattresima dalla nascita del regime repubblicano, dopo i fatti del 1789. Il passaggio delle consegne con il presidente uscente, la rivelazione dei segreti di stato, trasmessi a quattr’occhi, poi, il primo discorso da capo dello stato, il passaggio in rivista delle truppe, il saluto alla salma del milite ignoto all’Arco di Trionfo – poiché una nazione è temprata pur sempre sui campi di battaglia.
Infine, il saluto rituale all’Hôtel de Ville, il comune di Parigi, con l’acclamazione nella cattedrale laica della sala delle feste, omaggio alla capitale indiscussa. Il rito serve a consacrare la persona e a farne un’istituzione, come nell’ancien régime da cui viene. Ma anche, nell’abile costituzione voluta da De Gaulle, per obbligare il nuovo eletto a dismettere i panni dell’uomo di parte e a integrare quelli del garante dell’unità nazionale, a urne ancora aperte. È così che il presidente ancora candidato, che tra meno di un mese dovrà guadagnare di nuovo il consenso degli elettori per le politiche, ha dovuto sottomettere l’immenso potere che gli viene consegnato nel caso in cui anche il governo dovesse essere della sua parte politica, alla prova dell’unanimità nazionale. Lo ha fatto con un discorso sobrio in cui ha rivendicato il senso della propria missione politica: ricomporre il paese e risanarlo nella giustizia. E ha ricordato, dietro di lui, il lavoro fatto dagli altri che l’hanno preceduto.
Pompidou per il rilancio industriale, Giscard per la modernizzazione della società, Mitterrand per le libertà e il progresso sociale, de Gaulle per la sovranità e la grandeur della Francia. Chirac per l’attaccamento ai valori repubblicani. Per Sarkozy, solo un augurio «per la nuova vita che l’attende». Chi si aspettava una presidenza di “sinistra” è rimasto deluso, visto che anche le promesse di ridistribuzione sono state presentate all’interno della tradizione repubblicana.
Non un passo più in là: «Non ci possono essere sacrifici per gli uni, i più numerosi, e privilegi per gli altri, sempre meno numerosi. Sarà il senso delle riforme che il governo condurrà, ricompensando il merito, il lavoro, l’intraprendenza e scoraggiando la rendita e le remunerazioni esorbitanti». Un ritorno alla «produzione prima della speculazione» di stampo liberale, che vede nella scuola e nella pubblica istruzione l’alfiere della competitività.
Che Hollande fosse un uomo del suo secolo, legato alla libera impresa e alla libera economia, al Ps lo sanno da sempre, da quando dimostrò di non condividere il metodo ideologico con cui Martine Aubry impose le 35 ore senza nessuna flessibilità. Proprio lei, capofila dell’ala sinistra scalzata dalla guida del governo, qualche giorno fa ha tentato di mettere il primo bastone tra le ruote. No all’accordo proposto dal fedelissimo del presidente, Pierre Moscovici, di desistenza nel collegio di François Bayrou, che sarebbe tornato utile in parlamento nel caso di problemi con il Front de Gauche.






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