Simone Verde


16 maggio 2012
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«Una banca europea per salvare le imprese»

Faccia a faccia Francia/Germania n° 2. Intervista a Daniel Cohen, docente all'Ens di Parigi e consigliere economico di Hollande

 
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Oltre il fiscal compact c’è bisogno di maggiore coordinamento fiscale in Europa?

Certo, se vogliamo che in questo periodo di crisi i debiti pubblici siano più affidabili sui mercati globali. Non basta porci come obiettivo comune quello del pareggio. Anche Hollande lo ritiene prioritario, ma non basta da solo, visto che deprime la crescita e diminuisce gli introiti fiscali, obbligando gli stati a pagare sempre maggiori interessi per rifinanziarsi. Così entriamo in un circolo vizioso che vanifica l’austerità.

Politiche fiscali comuni implicano l’emissione di eurobond?

Abbiamo un duplice problema. Il primo, come detto, è il circolo vizioso tra austerità e recessione che provoca l’aumento esponenziale dei tassi di interesse. Se gli stati devono essere virtuosi è necessario che qualcun altro si occupi della crescita perché le loro virtù risultino sostenibili. Questo “qualcun altro” non possono che essere l’Ue e la Bce, l’unica che possiede la leva monetaria.

E il secondo problema?

È quello di rendere l’eurozona un’area monetaria ottimale, riducendo gli squilibri. Ci sono troppe differenze tra i nostri paesi, in termini di competitività, di crescita, di bilancia commerciale. E se si vuole risolvere questo problema, dando un futuro alla moneta unica, occorre che qualcuno si occupi di colmarli. Anche qui, l’unica istanza che può affrontare questo nodo con risorse che mancano agli stati sono Ue e Bce.

Come mettere assieme crescita e rispetto dei conti pubblici?

C’è innanzitutto un problema di distribuzione della liquidità. Il trattato di Lisbona impedisce alla Bce di rifinanziare gli stati ma permette di versare liquidità alle banche private, senza imporre loro regole adeguate. Queste, poi, sono sempre più restie al prestito e non svolgono il compito di aiutare le imprese. Abolire il meccanismo non si può, perché per la Germania è un simbolo. Allora dobbiamo aggirarlo, creando una banca pubblica di investimento, perché la liquidità torni alle imprese e stimoli la crescita. Per stabilizzarla, poi, si potrebbe pensare anche a piani per le infrastrutture e per sostenere un welfare comune da finanziare con eurobond. È la complessa missione europea di Hollande.

Perché la Germania, che ha conti in ordine, dovrebbe prendere il rischio di nuovo debito e accettare più inflazione, che può frenare l’export e incrinare gli investimenti sulla competitività?

I livelli di produttività di Francia e Germania sono gli stessi, quello che fa la differenza sono le ore lavorate. Loro non hanno le 35 ore e hanno optato per contrattazioni decentrate che spingono all’aumento degli orari di lavoro. Berlino sta facendo pagare la sua crescita ai lavoratori. Secondo calcoli, il gap tra salari e produttività negli ultimi anni è salito al 6,5 per cento. La Germania, cioè, ci costringe a subire la sua concorrenza verso il basso e a perseguire una politica di ristagno dei salari dannosissima non solo dal punto di vista sociale, ma anche dal punto di vista dei consumi. Aggiungerei che la Merkel dimostra ingratitudine, visto che all’origine del suo successo c’è un euro più svalutato del marco ma altrettanto stabile sui mercati, che aiuta il suo export.

E cosa dovrebbe fare?

Favorire aumenti salariali nel suo paese, anche perché il disavanzo commerciale della Germania venga riequilibrato a favore degli altri stati membri dell’Ue, facendo di Berlino la locomotiva dell’Unione. Direi che fin qui la Merkel si è rivelata una sorta di Margaret Thatcher. Se continua a spingere i membri Ue a deprimere i salari per starle appresso, avrà la responsabilità di un’involuzione economica e sociale con impatti drammatici sui consumi, pari solo a quella degli anni Trenta.

Ultimamente anche l’Olanda è a rischio di perdere la tripla A. Cosa sta succedendo?

Questo dimostra che l’austerità senza crescita è una follia. Poi, l’Olanda ha i conti a posto. Anche in Italia il deficit strutturale, secondo dati dell’Fmi, è al 4 per cento, il che vuol dire che siete sulla via del risanamento. Perché non si prende in conto questo dato, che indica la solidità di medio e lungo termine, ma ci si basa sul deficit ciclico, calcolato secondo parametri di breve termine, per giudicare la solidità di un paese? Se lo si fa con un’ottica prudenziale, ideologica, alla fine si rivela un suicidio.






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