Simone Verde


4 maggio 2012
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Quando i politici sono anche tecnici

Hollande-Sarkozy e le competenze della politica

 
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Troppo tecnico, difficile da seguire. Si può pensare quello che si crede del dibattito tra Nicolas Sarkozy e François Hollande andato in onda giovedì sera, ma una cosa è certa: i due candidati hanno provato di conoscere i dati richiesti per governare il paese, ma soprattutto di essere in possesso dell’alto “tecnicismo” necessario all’incarico. Tre ore di numeri e contro numeri, rapporti e contro rapporti, polemiche a volte al limite della querelle tra esperti. Assente a tratti la visionarietà che ci si sarebbe aspettati. Tramontata l’idea della scienza politica come disciplina umanistica o come arte militare (basta pensare a De Gaulle), ormai è l’ora della scienza. Da un pezzo.
Un’evoluzione imposta dagli stretti margini di bilancio in cui deve operare la progettualità riformista, ma anche da un’opinione pubblica che non si accontenta più di sole chiacchiere e da un mondo sempre più complesso che richiede competenze capaci di rivaleggiare con quelle delle multinazionali e della finanza. Competenze di due tipi, e spesso intersecate tra di loro: giuridiche ed economiche.
È così più o meno ovunque. A partire proprio dalla Francia. Nicolas Sarkozy ha cominciato come avvocato patrimonialista di grido. François Hollande, che ha anche insegnato economia all’università, si è laureato alla famosa Ena (Scuola dell’amministrazione) ed è stato a lungo uditore alla Corte dei conti. Lo stesso si può dire per Tony Blair, avvocato di carriera, di José Luis Zapatero, a lungo ricercatore in diritto costituzionale all’università di Léon, di Gerhard Schröder, avvocato prima di entrare in politica. Non diversa la situazione negli Stati Uniti, dove Barack Obama viene da una lunga docenza in diritto costituzionale e Bill Clinton nel 1976 era procuratore generale dell’Arkansas. Per non parlare, tornando all’Europa, di Romano Prodi, economista e raro presidente italiano “non tecnico” con competenze specifiche, o di Angela Merkel, ricercatrice in chimica con laurea in fisica. Non economista, ma con abbastanza conoscenze matematiche per maneggiare i numeri e i grafici della macroeconomia.
Ben oltre le personalità dei leader, insomma, si può notare un rapporto molto stretto tra mondo delle professioni e dell’università, sostenuto – in modo diverso a seconda dei modelli – da principi meritocratici e di rispetto per le competenze Nel caso americano ciò avviene attraverso la formazione, forse un po’ troppo elitaria, di classi dirigenti predestinate nei campus universitari di Harvard o Yale. Nel caso europeo, in istituzioni universitarie tanto selettive quanto accessibili a tutti e aperte alla società. In Francia è l’Ena o le maggiori facoltà di scienze politiche, come Sciences Po di Parigi, quelle da cui vengono Hollande, Strauss-Kahn, Fabius, Royal, Juppé e tantissimi altri.
In tutti i casi, però, si tratta di una crescita politica e scientifica che avviene di pari passo, nelle assemblee come nelle aule universitarie, permessa da investimenti e da un riconoscimento sociale serio nel sistema formativo. L’unica condizione, probabilmente, perché un ceto politico spesso autoreferenziale – privo di capacità diverse da quelle finalizzate a creare un consenso che non si sa poi mantenere nell’azione di governo – non si veda puntualmente confiscato e messo sotto tutela da governi tecnici.






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