Simone Verde


4 maggio 2012
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«Questa Francia è fuori dal mondo»

Intervista a Max Gallo: «I candidati scordano la politica estera»

 
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«Continuo a tifare per Sarkozy». Da sempre appassionato sostenitore del presidente uscente, lo storico Max Gallo saluta «l’abilità incontestabile di François Hollande nel faccia a faccia televisivo», ma avverte: «Inutile scimmiottare Giscard o Mitterrand, poiché la politica ha bisogno oggi di uno sguardo più ampio che in passato». Gallo, che nel 1983 fu portavoce del governo Mauroy e nominò Hollande suo capo di gabinetto, aggiunge: «Troppe sono state le ambiguità di questa campagna elettorale e da entrambe le parti. Troppa la voglia di compiacere l’elettorato con virtù della politica che non esistono più. Se vuole evitare la crescita degli estremi e dello scontento – conclude – il prossimo presidente non potrà permettersi di sbagliare ancora una volta».

Come giudica la campagna elettorale nel suo insieme?

Condivido quanto ho letto in un editoriale di Le Monde: non è possibile che nella crisi generale nella quale ci troviamo, con la difficile situazione che domina l’Europa, si sia parlato così poco di politica estera. Lo si è visto anche nel dibattito di giovedì: se ne è parlato soltanto verso la fine e per un quarto d’ora in tutto. Stridevano le cifre esatte, fino all’ossessione sul sistema dell’istruzione pubblica o quelli sui richiedenti asilo a fronte di discorsi generici sulla geopolitica e sul mondo. Insomma, neanche uno dei due candidati ha citato una volta l’Iran, la minaccia di un nuovo conflitto con Israele o ha affrontato seriamente il problema dell’emergenza della Cina e della destabilizzazione globale che ne sta conseguendo.

Come lo spiega?

Con il fatto che entrambi hanno fatto finta di essere uomini politici di trent’anni fa. Come se le crisi globali o i problemi internazionali potessero risolversi a partire dalla Francia. La quale, a mio parere, resta un paese rilevante ma deve misurarsi, se vuole rimanerlo, con uno spostamento del baricentro molto lontano da sé.

Si è molto discusso sui tentativi di somigliare a padri nobili come François Mitterrand e Valery Giscad d’Estaing. È la prova dell’incapacità o dell’impossibilità dei politici contemporanei a essere pienamente credibili?

Mitterrand l’ho conosciuto bene, ho lavorato con lui e poi me ne sono allontanato. Mi permetta di concentrarmi, perciò, su di lui. Quando me ne andai, sbattendo la porta, scrissi che il suo unico merito fu quello di permettere per la prima volta l’alternanza in regime presidenziale. Per il resto, il suo si rivelò un deludente giscardismo “rosa”, pieno di riforme senza grande coraggio e originalità socialista. D’altronde le ambiguità dell’uomo sono numerose: dal rapporto con Vichy alla commistione con la pagina buia dell’Algeria. Poi, il proporzionale per favorire il Front National: un modo per garantirsi la vittoria davanti a una destra divisa. Ecco, mi fa un po’ sorridere oggi vedere Hollande che rivendica la sua filiazione da Mitterrand e che va a rendere omaggio a Beregovoy, primo ministro responsabile dell’apertura della Francia al capitale finanziario secondo le direttive Ue dell’epoca. Mi fa sorridere, perché allo stesso tempo si teorizza il ritorno ai principi del socialismo. Ambiguità che non permettono alla Francia di compiere il salto che dovrebbe nel XXI secolo.

Come ha trovato la prestazione di Hollande?

Molto buona. È un uomo intelligente. Come lei sa, è stato mio capo di gabinetto all’epoca in cui ero portavoce del terzo governo Mauroy. Conosco le sue doti e non mi ha sorpreso, vendendolo ieri sera. Ha indubbie capacità, tra cui una ponderatezza, una pacatezza rare nel mondo politico. Doti che si sono viste tutte. Ha saputo tenere testa a Sarkozy con dignità. Devo ammettere che l’esercizio è riuscito abbastanza anche nell’offrire un’immagine pubblica di “già presidente”.

Lei che lo conosce, pensa che se sarà eletto sarà un buon capo dello stato?

A mio parere la sua è più una postura, un atteggiamento che non corrisponde alla sostanza. Spero di sbagliarmi.

Allo stesso tempo, però, è il solo che aperto il dibattito alla dimensione internazionale, proponendo coraggiosamente la revisione del trattato di Lisbona. Sembrerebbe, cioè, il più vicino a quell’apertura internazionale da lei invocata.

Non c’è dubbio, Hollande è un socialdemocratico autentico e bisogna dargliene atto. Ma anche qui, la politica europea non cambia certo sbattendo i pugni sul tavolo. Pretendendo che le cose siano diverse da quello che sono. L’Ue è un meccanismo infernale, fatto di durissime mediazioni, e temo che Hollande si renderà presto conto che non è facile governare un continente dove si devono mettere insieme le opinioni di 27 stati. Anche qui, il risveglio sarà rude e si vedrà lo scarto tra le ambizioni e la reale statura.

Non è piuttosto la politica nazionale nel suo insieme a essere in crisi, di fronte a una cessione di sovranità all’Europa cui non corrisponde la costruzione di uno spazio politico comunitario?

Direi proprio di sì. E tutti tentano di interpretare questa crisi a modo proprio. Sia Hollande, sia Sarkozy, che in effetti ha deluso quasi tutte le aspettative, anche se per me resta culturalmente più credibile. Lo ha dimostrato molto bene in questa campagna elettorale: è necessaria una svolta, in qualsiasi direzione, ma una svolta. Io sono un sostenitore del ritorno alle nazioni e l’ho scritto ossessivamente. Che si arrivi a una riedizione alla sovranità nazionale o a un rafforzamento di quella comunitaria, però, bisogna fare presto. Altrimenti finiremo ancora una volta vittime dello scontento e dell’immobilismo. Quello che ora sta abbattendo Sarkozy e che si sta concretizzando in un’alternanza nevrotica destra-sinistra, dove vincono gli estremi e dove è sempre più difficile la riconferma di chi ha governato. Insomma, il prossimo presidente non può permettersi di sbagliare.






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