Simone Verde


26 aprile 2012
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L’industria del restauro-spettacolo

Ripristinare o reinventare l'antico?

 
versailles

Perché limitarsi a un restauro? Con questo spirito dal Bolshoi di Mosca è stato cancellato il Novecento. Doverosamente sparite le insegne comuniste, gli ori e gli stucchi hanno ripreso a scintillare più che nella prima inaugurazione del 1825. D’altronde, come scriveva Cesare Brandi, il restauro non costituisce forse «il momento metodologico del riconoscimento dell’opera d’arte […] in vista della sua trasmissione al futuro»? Il risultato, realizzato sotto la supervisione delle autorità, infatti, è ben più duraturo e persino iperrealistico, perfetto per celebrare l’ascendenza ideale dell’attuale potere. Non molto diversa la sorte dei monasteri di Lushan, in Cina, venduti dall’Unesco come «uno dei centri della spiritualità buddista e taoista», oggi trasformati in parco vacanze dotato di ovovia. Quanto ai templi, sono stati restaurati come nuovi, ricoperti di vernice acrilica che non smette mai di brillare. Tutti di plastica, pronti ad attraversare il nirvana dell’eternità buddista.

Laddove non intervengono ragioni di propaganda culturale, il ragionamento è questo: se i soldi per la tutela vengono dalla valorizzazione, allora le esigenze della valorizzazione sono quelle della tutela. Per attrarre pubblico e investimenti, perciò, è meglio prendersi qualche licenza che permette di salvare opere altrimenti destinate a lenta rovina. Seguendo questo riflesso, negli ultimi anni sono stati stravolti almeno tre strutture antiche in altrettanti paesi europei, a dimostrazione che il fenomeno è globale. È successo nel 1994 al teatro di Sagunto, in Spagna, “valorizzato” da una coltre di contemporaneità postmoderna, scampata di recente a una lunga controversia legale. A Frejus, in costa azzurra, invece, è il cemento a minacciare l’anfiteatro romano, tanto che un anno fa è intervenuta la magistratura. Per non parlare del teatro di Pompei, deturpato da un intervento di “valorizzazione” dal costo di oltre 5 milioni di euro per portare nuovo pubblico, anch’esso sotto inchiesta. Ennesimo esempio di una situazione che nel 2007 spinse Salvatore Settis e Carlo Ginzburg a chiedere un’ moratoria sui restauri non conservativi.

La spettacolarizzazione di siti e monumenti è il risultato di una grande crisi che tocca al cuore il concetto stesso di bene culturale. Un concetto codificato nel Novecento ma con una lunga storia che affonda nella ricerca spasmodica di radici dello stato-nazione. Ora che la globalizzazione avanza, però, e che le borghesie nazionali vanno declinando, che farsene di beni riesumati in funzione di un progetto collettivo che non c’è più? È così che la Galleria d’arte antica di Roma, che avrebbe dovuto esibire il meglio della cultura scientifica nazionale si è mostrata con l’aspetto di una mini Disneyland della pittura. Pavimenti in cotto antichizzato, muri che in assenza di mezzi per ripristinare i broccati originari sono stati coperti da una “decorazione” dipinta con l’intento di suggerire ai visitatori com’era. Colori pastello, verdi pisello, azzurrini acquario che a volte cozzano con gli affreschi delle volte e perturbano le opere, facendole sembrare a tratti persino false.

La lista è lunga e non risparmia neanche il restauro in pittura. Come nel caso del  di Amsterdam che riaprirà le porte nel 2013 e i cuoi “capolavori”, già ripuliti ed esposti in una mostra provvisoria dove la carta da parati è in damascato argentato glamour, sono stati glassati con una pellicola trasparente che ci si può specchiare dentro. Trattamento simile è spettato nel 2009 anche alla cancellata d’ingresso a Versailles, ripristinata tra le polemiche, dalla versione Luigi Filippo superstite a quella Luigi XV, seguendo congetture supportate da documenti contraddittori sul come “doveva essere”. Il risultato, quel pastiche kitsch in oro abbacinante che accoglie i visitatori come a un parc d’attractions. E si potrebbe continuare all’infinito, sempre a proposito di una manipolazione di beni culturali cui non si richiede più di dare prova di storicità, ma di sfarzo, immaginazione e ricchezza a uso della società globale dei consumi.






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