Simone Verde


16 aprile 2012
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La sfida populista

Mélencon e Le Pen riconrsi da Hollande e Sarkozy

 
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“Musulmans d’apparance”, è così che il 26 marzo, in un’intervista radiofonica Nicolas Sarkozy ha definito i due soldati uccisi da Mohammed Merah nell’attentato di Tolosa. “Musulmani d’aspetto”, espressione che rinvia ai tempi dell’antisemitismo (all’epoca si diceva “juif d’apparence”) che ha sollevato negli ultimi giorni un coro di polemiche sulla poca sottigliezza con cui il presidente e candidato Ump è solito esprimersi. E dire che nell’intervista stava stigmatizzando le semplificazioni populiste di Marine Le Pen, che sulla paura del terrorismo islamico sta basando buona parte della sua campagna. Secondo il Partito Socialista, però, avrebbe voluto farlo, mantenendo il linguaggio razzista degli elettori dell’estrema destra. Difficile da provarsi. Rimane il fatto, però, che Sarkozy non è nuovo a esternazioni di questo tipo, e allora c’è sempre il sospetto. Nel 2005, per esempio, utilizzò un’espressione diventata famosa, “pulire le periferie con il karsher”, la pompa a idrante con cui si spazzano via le feci animali dai marciapiedi. Qualche tempo dopo, avrebbe definito “racaille”, “gentaglia” la popolazione dei giovani immigrati delle periferie, e così via.

Il linguaggio esplicito e poco istituzionale prediletto da Sarkozy, è noto, non è un’improvvisazione, ma la scelta deliberata di una strategia politica che mira a rafforzare la destra, tentando di farle recuperare i tanti voti persi a vantaggio del Front National. Una divisione e un’emorragia continua che nel tempo ha permesso a una sinistra non sempre numericamente maggioritaria di mantenere il potere nella lunga stagione d François Mitterrand e di imporre a Jacques Chirac la coabitazione dell’esecutivo Jospin. Il tentativo di recuperare sullo scontento e sul populismo, usando lo stesso linguaggio dei populisti sarebbe stata, per questo, al centro della strategia elettorale del 2007.

Avrebbe funzionato molto bene, allora, visto che la destra vinse le elezioni, ma avrebbe creato attese che non potevano essere soddisfatte. Impossibile era andare fino in fondo alla politica di stigmatizzazione degli immigrati, infatti, senza snaturare la fisionomia di una destra conservatrice e di governo. Impossibile era anche risolvere al fondo i problemi sociali da cui le tensioni tra comunità erano scaturite, vista la mancanza di risorse e la crisi generale della finanza e della politica. A cinque anni di distanza, così, il candidato presidente sembra trovarsi in una difficile situazione. Quella di dover perseguire di nuovo la seduzione dell’elettorato radicale per ricompattare il suo campo, dando in questo modo ragione, però, alle accuse di Marine Le Pen che fondandosi sugli stessi argomenti critica l’inconcludenza di cinque anni di governo. Paradossi probabilmente inevitabili, cui induce il confronto con la popolarità crescente del populismo.

Non molto diversa, infatti, – a fronte di una crisi generale della politica, che può promettere sempre meno e non può garantire risultati -, è la situazione a sinistra. Qui, se la candidatura di Jean-Luc Mélenchon sembra riportare alla gauche parte dei consensi finiti nel tempo al Front National, la presenza di toni e di proposte populiste obbliga François Hollande a un difficile esercizio, analogo a quello condotto da Nicolas Sarkozy. È probabilmente per questo che, sollevando polemiche e sorpresa, il candidato socialista ha avanzato un paio di settimane fa una proposta chiaramente incostituzionale: tassare al 75 per cento i redditi che superano il milione di euro. Il risultato, anche qui, è stato uno spostamento a sinistra e uno sdoganamento delle frustrazioni diffuse che ha fatto guadagnare progressivamente campo al leader comunista, oggi attorno al 27 per cento.






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