Simone Verde


2 aprile 2012
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Ciao, Antonio

Il profilo civile del più europeo degli scrittori italiani

 
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Era il 2005, sembra un’eternità, e con Antonio stappavamo una bottiglia per festeggiare. Il dolore che sulle lastre coincideva a una macchia scura, era una semplice lombalgia fissa dovuta alle troppe ore passate seduto a leggere. O forse a incazzarsi. Nel punto esatto di quel nodo dolente, infatti, Antonio concentrava la sua amarezza e per questo volle lasciare il suo testamento civile nell’Oca al passo. Quello letterario, di testamento, l’aveva affidato al libro appena precedente, Tristano muore. Agonia di un resistente su cui aveva meditato per anni, diventato alla fine un vero autoritratto, un’autobiografia intellettuale uscita di getto dalla sua mente di scrittore nato. Quell’uomo, che nei dolori del corpo sublimava l’eco delle tensioni dell’anima, era proprio lui. Era Antonio Tabucchi.

«Siamo esuli» diceva, ridendo, all’epoca in cui ero suo assistente. La ricerca di una cittadinanza intellettuale rifiutata in patria, infatti, non è solo cosmopolitismo. Ancora una volta, perciò, non apprezzerebbe la rimozione con cui la stampa punta sul suo legame con la Francia, con il Portogallo. Tabucchi, infatti, non era un mondano chic come certa critica postmodernizzante ha accreditato, uno che passava da un aereo all’altro, tra Pisa, Parigi o i salotti di Lisbona. E non era neanche il dietrologo astioso descritto dall’altra metà della critica orientata. Antonio era un temperamento toscano universale, in questo sì, profondamente europeo, dove la letteratura nasce dalla passione civile che solo un’Italia perennemente divisa può alimentare. Era un uomo sanguigno, imprevedibile, divertente, stupito e ossessionato dal passaggio rapido e definitivo delle cose. Un passaggio verso il nulla cui ci costringe a ora confrontarci nel modo più estremo. La sua radicalità stava nel senso per le occasioni sprecate, per le esistenze vissute senza essere vissute.

Con Pessoa scoprì il potenziale estetico di una saudade personale avvertita da sempre. Nella Nostalgie du possible, che si può considerare il suo terzo testamento, quello di studioso, la spiega in maniera magistrale questa meraviglia che erge la letteratura a baluardo della fragilità, il rifiuto per il tempo sprecato nei compromessi, la letteratura come testimonianza di libertà, come invito a vivere finché si è in tempo. Una dimensione a cavallo tra cesello linguistico, invettiva e lascito spirituale, che lo ha impegnato a ricercare nella vita nuove forme narrative, puntando a riscrivere il canone occidentale dalle esequie della forma romanzo. Mi disse una volta: «All’università ti insegnano la storia del fucile di Cechov, che citato al primo atto prima o poi sparerà. Ma per me, alla fine può anche non sparare». Quel fucile spuntato, nella vita come in scrittura, per Antonio era una pista, un’apertura sull’immensità del possibile.

L’Italia, paese clanico innamorato dell’ideologia, questa libertà aveva difficoltà a metabolizzarla. E a capire l’allegria di individuo libero e razionale con cui Tabucchi indossava la sua corazza di carta, impugnava la penna e andava alla guerra contro le verità di comodo. Il suo libro forse più giocoso, proprio L’Oca al Passo di cui fui curatore, è rimasto incompreso ai più. Fu scritto e montato da forsennati, con sedute fino al cuore della notte, e fu un’esperienza goliardica, catartica del male ingoiato in anni di insinuante oppressione culturale. Al punto che al momento creativo seguiva una ripulitura che era anche un rito psicanalitico, filtro di un materiale non più esilarante, però, dei sepolcri imbiancati e delle finte verità su cui è scritta tanta storia italiana. Fu una rivolta, una liberazione domestica dalla violenza di decenni di disonestà intellettuale, di manipolazione subita nel paese meno cartesiano dell’Occidente. L’embargo riservato a quel libro scomodo, poi, vanificò tutto.

L’idea del viaggio nello scabroso fondo antropologico del berlusconismo, la provocazione della verità urlata per svelare i meccanismi opportunistici della rimozione erano prove che l’Italia non era in grado di affrontare. Scomparso il monito perenne dell’autore, perciò, la rimozione minaccia ora la sua letteratura, inscindibile da una passione civile che si vorrebbe minimizzare. La stessa rimozione un po’ ipocrita che lo faceva sentire un esule e che ora lo celebra come “il più portoghese degli scrittori italiani”. Quando era forse il più italiano degli scrittori europei.

Dal Fatto Quotidiano del 28 marzo 2012






Un Commento


  1. Marta D'Agostino Tortorella

    la chiarezza che spinge a leggere e a cercare



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