Simone Verde


2 aprile 2012
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Antropologia delle immagini

Hans Belting e l'ultima impressione di ciò che non c'è più

 
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Le immagini sono davvero l’ossessione del contemporaneo. Dall’idolatria per il virtuale, alla moda per la video-arte, fino all’avversione scandalizzata degli intellettuali per la televisione sono il segno distintivo di un tempo che quando non è iconofilo è iconoclasta. Anche se la modernità si è accaparrata l’utopia di un mondo privo di materia, incorruttibile e astratto come l’etere su cui corrono le onde televisive, l’idea è in realtà ancestrale. Lo racconta Hans Belting con un saggio apparso finalmente in traduzione italiana dieci anni dopo aver alimentato un acceso dibattito nella comunità scientifica internazionale: Antropologia delle immagini (Carocci editore, 32 euro). Belting, autorità negli studi del settore, riprende il filo là dove l’aveva lasciato Jean Paul Vernant analizzando la centralità delle immagini nel culto greco dei defunti. Apparenze evanescenti, costituiscono l’apparizione spirituale di ciò che materialmente non si dà o non c’è più. Spiriti, fantasmi, demoni, dei.

La suggestione è universalmente antropologica poiché è da sempre oggetto di fascinazione culturale e ricorre a tutte le latitudini. Non sono forse i vapori sprigionati dalla sabbia rovente, quelle onde vibranti che tutti abbiamo visto sollevarsi da terra nelle calure dell’estate, ad aver originato i Gin, gli spiriti malefici dei deserti di cui è pieno il Corano? L’appena visibile, che quasi sembra incorporeo, è spirituale anche nella cultura classica europea, costellata di tante apparizioni. Dal pugnale grondante di sangue che nel Macbeth fa capolino a mezz’aria dall’oltretomba alle più recenti Madonne di Lourdes, Fatima, Medjugorje e così via. Non c’è cultura, si può dire, che non ricorra a immagini sante o di morti per curare malattie o per propiziare destini felici.

Se, per chi crede, nelle immagini si manifesta l’aldilà, con la secolarizzazione sono diventate uno strano feticcio. Ineffabili e passeggere sono l’oggetto prediletto in cui viene celebrata la capacità di astrazione della ragione moderna. Ed è qui che arriva la parte più interessante del saggio di Belting, in cui più di tutte emerge la natura antropologica della sua ricerca. A ben vedere, infatti, quelle contemporanee non sono più immateriali e astratte di quelle antiche. Basta pensare ai milioni di chilometri di cavi, alle valvole delle vecchie televisioni, ai satelliti che ogni tanto precipitano pesanti sulla terra, ai miliardi di proiettori, di schermi al plasma terribilmente inquinanti cui si affida ogni giorno il culto dell’apparizione virtuale. Tutta qui la potenza velleitaria del contemporaneo? A quanto pare sì poiché, afferma Belting, il potere delle immagini non sta nella spettacolarità dei pixel o nell’efficacia tecnica dei mezzi di comunicazione, ma in una capacità e in una fascinazione psicologica che è sempre la stessa, dai tempi delle caverne.

Da Saturno, il supplemento del Fatto quotidiano, del 16 marzo 2012






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