Simone Verde


15 marzo 2012
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Nella centrifuga della città mondo

Polis in Fabula di Anna Lazzarini

 
Hong_Kong_China_09

Chiave della vittoria dell’uomo sulla natura, la città ha interpellato sempre i filosofi e interessato il potere. Anche oggi che la tracotanza della tecnica sembra spazzare via vecchie dicotomie: non più città e campagna, ma centro e periferia in un mondo devastato dove le risorse della modernità sembrano diventate nemiche di se stesse.

È il tema spinoso affrontato dalla giovane Anna Lazzarini in Polis in Fabula (Sellerio, 18 euro). Un densissimo libro dove la città-mondo più o meno rarefatta in cui tutti ormai viviamo viene dissezionata, facendo il punto sul dibattito contemporaneo. Una volta c’era la città moderna, quella che i primi teorici dello stato immaginarono come un organismo olistico e complesso e che la società industriale si sforzò di tradurre in un coerente sistema produttivo. Decisivo trionfo della cultura che vide nascere il tempo meccanico degli orologi e un riduzionismo quantitativo che implicava la matematizzazione dello spazio. Un processo egemonizzato della città, appunto, ossessionata dall’urbanismo assiale, dal produttivismo, dagli spazi pubblici di consumo e dalla ripartizione funzionale del territorio. Così per oltre un secolo e fino agli anni Settanta. Poi, la crisi. Il processo di deperimento di questa ipertrofica utopia razionalista si chiama globalizzazione e deindustrializzazione.

È la centrifuga delle funzioni produttive sotto la spinta del mercato, il progressivo scarto tra luoghi e flussi, l’esplosione della società in una miriade di comunità. Una dinamica, però, in cui la città è ancora protagonista anche se a volte nel ruolo di vittima di se stessa. Una babele linguistica alla ricerca di nuove verità in cui, afferma l’autrice, a trionfare dovrebbe essere un’ermeneutica democratica, l’esercizio di traduzione e di interpretazione da cui nascono e si incrociano perpetuamente nuove culture. Insomma, un esercizio costruttivo per fare della globalizzazione un’opportunità e non una condanna.

L’analisi è acuta, e la costruzione colta e rigorosa. Al punto che conclude su una facoltà strategica per la cultura filosofica dell’Europa moderna: l’immaginazione. La capacità, cioè, di vedere ciò che non c’è, l’infinitezza del pensiero che va ben oltre i limiti contingenti dell’esperienza sensibile. Secondo la Lazzarini, cioè, sarebbe questa la risorsa cui appellarci nello sradicamento e per guardare oltre.

Rimane il dubbio, però, se di fronte agli ottusi comunitarismi e ai ciechi localismi di un globale con sempre meno risorse e quindi concretamente sempre meno fluido, anche anche la facoltà  dell’immaginazione non sia ormai un rottamefilosofico  dell’utopia tramontata del mondo moderno.






Un Commento


  1. Vivo a Roma e devo dire che di razionale qui non c’è nulla. Dal punto di vista urbanistico è il caos; l’apoteosi dell’anarchia edilizia e dello scempio estetico.
    Peccato perché poteva essere un bel posto.
    Sara



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