Simone Verde


15 marzo 2012
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Il testamento di Panofsky

Per Einaudi, il celebre studio sulla scultura funeraria

 
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Ci sono voluti 47 anni per vedere in traduzione italiana la Scultura funeraria di Erwin Panofsky. D’altronde, gli specialisti lo sanno bene, la ricorrenza in copertina di parole che evocano la morte provoca il crollo verticale delle vendite. Quindi, c’è voluto quasi mezzo secolo per trovare il coraggio e dare alle stampe un classico come questo, riscrittura di una serie di conferenze tenute nel 1956. E ne è valsa davvero la pena, tanto più che l’apparato critico, a cura di Pietro Conte, è impeccabile, così come la confezione editoriale. Ma è forse un caso che nella contemporaneità secolarizzata, dove a sostituire ogni prospettiva escatologica è la promessa di un’eternità di plastica da consumare in vita, la Scultura funeraria abbia fatto tanta fatica a farsi strada?

A non stupirsene sarebbe lo stesso Panofsky il quale nelle ultime tre righe del volume aveva scritto: «Chi vuole fare la storia dell’arte del XVIII, del XIX e del XX secolo deve cercarne il materiale fuori dalle chiese e dai cimiteri». Il saggio, perciò, comincia con l’antico Egitto e si ferma al Barocco. Tralascia ingiustamente l’Ottocento, poco nelle corde dell’autore, che avrebbe invece regalato i cimiteri più monumentali di sempre (tra cui lo Staglieno e il Père Lachaise), ma sente bene che il culto dei defunti si sarebbe spento poco dopo. D’altronde, il movimento di emancipazione dalla morte segue lo sviluppo tecnologico, il progressivo affrancarsi dalla natura, ed è lampante già nelle illustrazioni del volume. Che dal medioevo in poi passa dalle pietre tombali a terra ai gisant, prima stesi e poi adagiati su cuscini, ai ritratti scolpiti in dimensioni reali, e sempre più eretti. Un progressivo sollevarsi da terra dove l’ultimo passaggio della storia dell’arte, quello che identifica l’opera con la vita, non poteva avere spazio nel libro, visto che l’estinto è stato rimosso dalla coscienza collettiva e sulle tombe non c’è più.

«Eppure – avverte Panofsky – le paure ataviche e i tabù dell’uomo primitivo sopravvivono tutte intorno a noi». Da qui, il tentativo di ritracciare con metodo neokantiano le preoccupazioni che danno forma all’estetica funeraria. Di fondo, la scoperta che i defunti vengono onorati finché fanno paura o sono d’utilità al presente. E un avvertimento – quando gli echi tragici della guerra non erano lontani – contro un irrazionale sempre in agguato che è anche il programma di ricerca di questo ultimo lavoro, pubblicato qualche anno prima di morire. Un libro che può essere considerato un testamento intellettuale e un piccolo monumento alla storia dell’arte.






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