Simone Verde


15 marzo 2012
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Hollande, radicale a parole

Per il primo turno compattare i suoi. Per il secondo, parlare al centro

 
François-Hollande-Gauche

Proprio nessuno se lo sarebbe aspettato, un François Hollande tutto spostato a sinistra. Figlio, politicamente, di Jacques Delors e tra i giovani portati al potere da François Mitterrand, l’attuale candidato Ps, dalla lunga formazione nella scuola dell’alta amministrazione francese, segretario del partito dall’impronta ecumenica e moderata, nelle ultime settimane di campagna elettorale sta stupendo tutti. A far discutere più di ogni altra cosa, e a mettere in imbarazzo in molti, è la sua proposta di tassare fino al 75 per cento i redditi che eccedono un milione di euro. Giustizia sociale, ma soprattutto uguaglianza prima di libertà.

Ma allora, Hollande è un anticapitalista? A suscitare interrogativi è anche la decisione di firmare a Parigi, sabato prossimo, un documento unitario dei partiti progressisti di alcuni dei maggiori paesi europei: Italia, Francia, Germania e Belgio. Una specie di internazionale contro l’austerità liberale e lo strapotere della finanza cui aderirà anche il segretario del Pd Pierluigi Bersani. Hollande presidente radicale di sinistra? La risposta è chiara e negativa.
A ben studiare alcune delle proposte più forti, infatti, si svela un programma molto più prudente e circostanziato di quanto non emerga nei toni della propaganda elettorale. Prendiamo il tema delle pensioni. Hollande, apparentemente in controtendenza con tutti gli altri paesi europei, promette di abbassare l’età minima da 62 a 60. Una proposta apparentemente rivoluzionaria, se si pensa che con l’ultima riforma, in Italia ci si avvia verso quota 67 anni, seguendo, peraltro, un indirizzo dell’Ue che finirà per essere generalizzato a tutti gli stati membri. Hollande, in rivolta contro l’Europa liberista? Proprio no.
A leggere attentamente, infatti, risulta che la proposta socialista non ha nulla di rivoluzionario o di contraddittorio con le politiche di contenimento delle spese dello stato sociale. La riduzione a 60 anni, infatti, riguarderebbe soltanto coloro che abbiano lavorato per almeno quarantuno anni e mezzo. Vale a dire che hanno cominciato a versare contributi a 18 anni e che non hanno saltato neanche un anno. Davvero molto pochi.
Non stupisce affatto, conoscendo la moderazione con cui, da segretario con responsabilità per le materie economiche ad interim, ha seguito il tema per il Partito socialista. Stessa cosa sul patto di stabilità. Anche se Hollande continua da settimane ad accusare l’austerità e i vincoli di bilancio prediletti dalla Ue per reagire alla crisi, il suo programma non propone neanche grandi politiche espansive di stampo keynesiano. Anzi. Il suo obiettivo, identico a quello di Sarkozy e in linea con gli orientamenti comunitari, è di portare entro il 2013 il rapporto deficit pil al 3 per cento, contro l’attuale 5,8. Divergenze ci sono, semmai, per gli anni a venire, e contro l’idea un po’ rigida di un pareggio secco di bilancio.
Ha ragione François Bayrou a dire che nelle affermazioni e negli slogan di Hollande (come in quelli di Sarkozy) pesa molta retorica. Sono i difetti del bipolarismo, d’altronde, che il candidato centrista ha tutto l’interesse a sottolineare. A motivare le uscite esplicitamente provocatorie, allora, non è tanto uno spostamento dell’asse politico socialista. C’è piuttosto una precisa strategia elettorale resa necessaria proprio dalla presenza di François Bayrou, stabilmente attestato al centro, rendendo poco contendibile l’elettorato moderato. Per arrivare in testa al primo turno e per potersi attestare da subito come vincitore della partita, Hollande è obbligato per il momento a ricompattare l’elettorato di sinistra. Tornerà a parlare con il linguaggio moderato di sempre, nella campagna per il secondo turno.





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