Simone Verde


8 marzo 2012
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La regina dell’arte contemporanea

Per i 60 anni del regno, una mostra su Elisabetta II e l'arte

 
Nuova immagine

Con sessanta’anni di regno, Elisabetta II è la regina dell’arte contemporanea. Scolorita, duplicata, oltraggiata, stirata, compressa, immolata o strapazzata, nessun altro soggetto è stato rappresentato da artisti tanto lontani quanto Andy Warhol, Gerhard Richter, Lucien Freud, Gilbert & George, Chris Levine o Hew Locke. Nessuno davvero. Seguendo questa intuizione, una mostra itinerante prodotta dalla National Portrait Gallery di Londra è diventata la rara occasione di un bilancio sulla rappresentazione del potere nell’arte contemporanea, che coincide con l’arco della sua lunghissima permanenza al trono. The queen: Art and Image, fino al 29 aprile al National Museum of Wales di Cardiff. Poi, per tutto il 2012 in giro per le altre città del regno.

Aristocratica, è l’immagine che va dall’incoronazione fino agli anni Sessanta, al punto che le tele inamidate della giovane regina, in piena estetica vittoriana, oggi fanno quasi sorridere. I lunghi abiti di tulle, i mantelli neogotici da strega di Biancaneve, i fondali posticci con paesaggi immensi che ricordano Van Dyck o Gainsborough, per esaltare la vastità di un impero che ha vinto la guerra, ma ha bisogno di esorcizzare la perdita dell’India e, con la sterlina, il rapido declino del Commonwealth. La povera Elisabetta, giovanissima, è costretta a innaturali pose austere che la desessualizzano e ad assumere il ghigno amato del fiorentino Pietro Annigoni, il pittore delle regine infelici. È di sicuro il retaggio di una società tradizionalista o lo smarrimento del primo dopoguerra, ma l’immagine del potere, nell’icona di Elisabetta, è ancora quella dell’ancien régime.

La svolta arriverà nel decennio successivo, quando gli obiettivi dei fotografi riveleranno ciò che i sudditi sospettavano già. E cioè che la stirpe dei sovrani non si aggira per i corridoi di Buckingham Palace con lunghi strascichi, ma in tailleur e, quando fa caldo, in normalissimi vestitini a fiori. Borghese e democratica, così, diventa la nuova immagine reale, tagliata su misura per un popolo che vuole dirigenti non troppo diversi da sé. Qualche anno dopo i ritratti di Cecil Beaton (1964), capolavoro di banalità piccolo-borghese che la vedono madre sorridente tra figlioletti perfetti estranei, arrivano le tele di Gerhard Richter, informali e dissacranti. Poi, una panoplia fatta di noiose intimità, premiazioni sorridenti, al punto che il potere diventa bene di consumo, si sovrappone al successo e la sua icona – il volto reale -, finisce stampata un po’ ovunque, non solo sulle tradizionali tazze da caffè. God save the Queen, scriverà nel 1977 Jamie Reid sulla faccia “pop” di Elisabetta. I Queen sono quelli dello Show must go on, però, non l’inquilina del Palazzo.

È incredibile quanto la parabola discendente della democrazia industriale abbia subito in Gran Bretagna un epilogo estremo. Nel fango degli scandali, nell’esposizione pubblica del corpo del sovrano, fino alla catarsi della morte di Diana. Dal punto più basso, che coincide con l’inizio della crisi economica, nasce una nuova riflessione sulla natura del potere che coinvolge la ritrattistica ufficiale e non. È forse la parte più interessante della mostra dove, dopo un esercizio di demistificazione durato oltre trent’anni, si riscopre la dimensione del sacro, non lontano dalla sensibilità di Cattelan o Damien Hirst. A partire dal celebre ritratto di Justin Mortimer (1998) il corpo invecchiato di Elisabetta, diventato segno drammatico di una modernità declinante, ritrova tutta la perduta ieraticità. È il tempo regressivo che viviamo oggi, in bilico tra crisi della democrazia e ritorno delle religiosità, perfettamente sintetizzata nell’opera che fa da immagine alla rassegna. Un ritratto di Chris Levine, dove Elisabetta viene fotografata da vera regina, con corona ed ermellino, in un attimo di sonno passeggero. Piena di un’enigmatica potenza spirituale che l’autore ha sintetizzato bene nel titolo: Lightness of Being.

(pubblicato su Saturno del 2 marzo 2012)






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