Simone Verde


28 febbraio 2012
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La battaglia civile della pittura italiana

Tintoretto alle scuderie del Quirinale

 
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«Il disegno di Michelagnolo e il colorito di Titiano». Secondo lo scrittore e pittore Carlo Ridolfi di due generazioni più giovane di lui, sarebbe stato l’imperativo scritto a grandi lettere nell’atelier del Tintoretto. Una sintesi tra colore veneziano e gusto toscano per le linea, incoraggiata forse da una famiglia di possibili origini lucchesi, ora apprezzabile in una grande retrospettiva alle Scuderie del Quirinale di Roma (fino al 20 giugno).
Una rivoluzione che si spiega nel contesto di un’Italia divisa alla ricerca di un’unica lingua per non finire schiacciata tra le potenze dell’Europa moderna. Jacopo, infatti, sembra portarlo come una stigmate, il travaglio spirituale del rinnovamento cui partecipò. “Tintoretto”, già per il padre tintore di stoffe, detto “Robusti”, sempre per via del padre, valoroso soldato in battaglia per la Lega di Cambrai durante i sanguinosi scontri a geometria variabile tra Venezia, Papato, Spagna e Francia. Guerra fratricida che avrebbe preparato le tragiche vicende del sacco di Roma, accelerando, nella diaspora degli artisti, la nascita di un linguaggio e di una cultura estetica dall’impronta italiana.

Sarà il momento forse più alto, per quanto tardivo, in cui la pittura saprà parlare con un accorato progetto e programma civile che è bello ricordare ora che si sono appena chiusi i festeggiamenti per i 150 anni dell’unità. Una lezione di universalismo cosmopolita declinato secondo la sensibilità di un’Italia spirituale ma non politica, che è tutta la cifra di Tintoretto. Nella grandiosa capacità di sintetizzare linea e colore, nelle composizioni epiche che preludono alla codificazione dei generi pittorici, nel difficile discrimine tra apoteosi e dramma, tanto simile alla storia della penisola, unita dalla tradizione ma divisa dal potere. Peccato, però, che la sua lezione, come quella degli altri protagonisti di questa lingua unitaria, sarebbe stata volta a interesse principale delle corti europee. Quanto alle radici storiche della sintesi, sono quelle che agiteranno il panorama veneziano. Innanzitutto, sul piano delle influenze raffaellesche, conta la presenza di Sansovino a Venezia e l’iperattività di Giulio Romano a Mantova, entrambi fuggiti dopo il 1527 dal sacco di Roma. Poi, il viaggio di Vasari e Salviati, attorno al 1540, che portarono con sé un manierismo prevalentemente michelangiolesco.

Una temperie di pura toscanità mediata, però, dal passaggio nella corte di Giulio II, Leone X e Clemente VII, destinata a fare gran moda in laguna e immediatamente evidente nelle opere in mostra. A cominciare dal celebre San Marco libera lo schiavo, del 1547-48, dove la composizione e i torcimenti della folla ricordano molto il Raffaello dell’Incendio di Borgo o della Trasfigurazione in Vaticano, molto probabilmente grazie alla mediazione dal Salviati. Oppure, il Sant’Agostino che risana gli sciancati, del 1549-50 questa volta di sensibilità michelangiolesca vicina, però, alla lezione vasariana. Un rapporto d’elezione con l’incredibile stagione del rinascimento maturo romano, sublimata dalla capacità di Tintoretto di trattare il colore con l’intellettualità quasi astratta della linea e di trasformare la linea, grazie a larghe pennellate vibranti, in colore. Un rapporto indiretto con Roma, città della mostra, che avrebbe potuto costituire la cifra originale di questa rassegna ricchissima di opere ma indecisa circa l’impronta storiografica.

Da notare, infatti, come i suggerimenti più interessanti e stimolanti nel percorso espositivo, quelli che fanno riferimento alle dinamiche del mercato dell’arte veneziano, alle difficoltà di Tintoretto di farsi spazio tra il potentissimo e invadente Tiziano e il suo favorito Veronese, vengono da una mostra di qualche tempo fa al Louvre, tutta incentrata sulla tesi che punta a rileggere le vicende pittoriche di quegli anni alla luce delle dinamiche del mercato e del potere e non solo del dibattito estetico (Europa, L’Erba del vicino 17 dicembre 2009). La carenza di originalità, però, si fa perdonare da un catalogo denso e analitico (49 euro, edito da Skira) e dalla qualità delle tele mobilitate. Assieme alle due Vergine Maria (in lettura e in meditazione), tele poco note al grande pubblico che ricordano quasi gli affreschi di Polidoro da Caravaggio a san Silvestro al Quirinale, veri capostipiti della pittura di paesaggio, non può non essere citato l’impressionante Trafugamento del corpo di San Marco. Summa in pittura delle magnifiche aspirazioni e delle tragiche velleità dell’Italia moderna.






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