Simone Verde


21 febbraio 2012
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Come ti rimastico l’avanguardia Usa

Al Palaexpo di Roma, nuova mostra ma stesse opere di sei anni fa

 
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Erano solo sei anni che il blockbuster Guggenheim mancava dal Palaexpo, il polo espositivo romano. Dopo l’antologica della collezione alle Scuderie del Quirinale nel 2005 ecco perciò Il Guggenheim. L’avanguardia americana, fino al 6 maggio al Palazzo delle Esposizioni. Ovviamente è successo l’inevitabile e cioè che, malgrado i temi delle due iniziative siano diversi, si sono verificate le immancabili sovrapposizioni. Il risultato è che nove pezzi su cinquantanove, ovvero oltre il 15 per cento del totale, sono gli stessi. Una percentuale trascurabile, si dirà. Un po’ meno se si considera che sono tra le opere più significative: tre Pollock su cinque, due Rothko su tre, l’unico Motherwell, un Warhol su due, eccetera. Bucato lo scoop di mostre da franchising, così, la domanda è questa: che senso ha?

La rassegna avrebbe comunque senso se fosse pensata come iniziazione alla cultura estetica americana del primo e del secondo dopoguerra. Come spunto per raccontare l’originale sintesi tra intellettualismo modernista e spiritualismo tradizionale con cui gli Stati Uniti hanno vissuto l’avventura industriale. L’affrancarsi dall’arte europea, avvenuta con la grandezza crescente delle tele che propongono un’immersione metafisica nella forma e nel colore. Tranne alcune succinte scansioni cronologiche (otto in tutto), invece, la mostra è priva di un apparato didattico, non c’è una scheda di un singolo autore o di una singola opera. Varrebbe la pena ricordare che una mostra è l’esposizione di opere attorno a una tesi storiografica e non un’esposizione di opere tout court. Il Palazzo delle esposizioni, invece, nel totale disimpegno dei suoi numerosi dipendenti, sembra più una galleria d’arte o la sala prevendita di una casa d’aste che un’istituzione culturale. Chi glielo spiega, allora, al visitatore, chi sono artisti meno noti come Richard Pousette-Dart o Conrad Marca-Relli? Non serve neanche rifarsi allo smilzo catalogo. Anche qui, e per la cifra di 45 euro, neanche una scheda, ma tante immagini introdotte da tre generici saggi, dove, in assenza dell’essenziale, c’è però spazio per un aneddotico L’America vista dall’Italia di Daniela Lancioni. Vecchio refrain tanto caro all’istituzione, d’altronde, che nel 2006 con una lettura classicista e anticontemporanea di Rothko, puntata a una sua supposta scoperta del genius loci italico, aprì i battenti. Insomma, tutto ciò per quale mission?

Forse, l’attrazione turistica. Ma come esserne sicuri, visto che tra le mostre più visitate del 2011, il Palazzo delle Esposizioni figura solo al 23° posto, con la rassegna su Teotihuacan con poco più di 50mila visitatori? È vero che l’azienda nello stesso anno ha sbancato con i 400 anni dalla morte di Caravaggio alle Scuderie, ma su quell’iniziativa gravarono ben altre polemiche. In ogni caso, per rimanere nell’ambito dell’economia della cultura, valga quanto scritto in questi giorni da Citymorphosis, il nono rapporto Civita sulle politiche culturali delle città (edito da Giunti, 22 euro). Dove si legge ciò che tutti sanno, ovvero che gli investimenti in cultura sono redditizi quando contribuiscono alle infrastrutture intellettuali della creatività. Quando attraverso mirati programmi di divulgazione permettono la condivisione dei codici culturali, funzionano da stimolo e promuovono nuove identità sociali. Spiega Pietro Valentino nel suo contributo, che dagli anni della deindustrializzazione in poi le politiche culturali si sono indirizzate sempre più verso l’industria creativa, unica capace di far vincere alle aree urbane la sfida della globalizzazione. Economia della cultura, cioè, come diffusione di contenuti e volano di dibattito, non come mero supporto al settore turistico. Il che significa, però, lavoro vero, divulgazione seria e qualità scientifica, anche quando si è costretti a comprare pacchetti-mostre già pronti. Al Palaexpo, d’altronde, lo sanno di certo: se non si lavora alla creazione di nuovo pubblico attivo, il rischio, dopo un po’, è la saturazione. Comunque.

(da Saturno del 17 febbraio 2012)






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