Simone Verde


16 febbraio 2012
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La Grecia sta pagando per tutti

Intervista a Richard Parker

 
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«Un default pilotato pur di mettere al riparo Italia e Spagna». È lucida ma amara l’analisi di Richard Parker, economista di Harvard, autore di una monumentale biografia di John Kenneth Galbraith, operazione di ricostruzione della cultura democratica americana dopo la sbornia liberista. Ma soprattutto, consigliere economico di George Papandreou nei pesantissimi giorni della crisi, e fino al tracollo del suo esecutivo. «La Grecia – afferma – rischia di finire stritolata dalle incertezze dell’Ue e della zona euro. Pagando, però, un prezzo molto più alto di quello che le toccava. Non solo l’assenza di riforme e un bilancio pubblico fuori controllo, ma anche la speculazione e le incertezze di una politica internazionale che tarda ad assumersi le proprie responsabilità».

La crisi greca sembra sempre più un grande pasticcio. Cosa è andato storto?

Il dramma è la congiunzione di più crisi in una, dato che si tende a dimenticare. Innanzitutto, c’è, il deficit dello stato. Poi, la crisi internazionale del 2008 e la fragilità dell’area euro che ne è seguita. Insomma, è allo stesso tempo, una crisi finanziaria, politico-monetaria e del debito pubblico di un paese sovrano ma senza moneta sovrana. Se tutto questo fosse successo prima del 2008 avrebbe avuto un epilogo molto più semplice. Ora, invece, la Grecia rischia di finire stritolata in un gioco molto più grande di lei, nella contraddizione tra problemi globali che nessuno vuole affrontare e una cura da cavallo che rischia di uccidere il paziente.

Si riferisce ai discussi provvedimenti e tagli imposti dalla troika?

Intendiamoci, l’Ue, e la Francia e la Germania in testa, hanno responsabilità gravissime. In assenza di uno slancio europeo, però, questi provvedimenti hanno il merito di affrontare alcuni nodi irrisolti. Innanzitutto, di rendere finalmente in mani pubbliche il debito del paese, sottraendolo alle fluttuazioni del mercato. Si tratta di un provvedimento essenziale che, evitando il circolo vizioso di politiche di austerità non ripagate dai mercati per i loro risvolti recessivi (rendendo così necessarie altre politiche di austerità) andava adottato prima. Secondo provvedimento fondamentale, è quello che sottrae altra parte del debito dalle mani delle banche. Una situazione che creava problemi persino di autonomia della politica.

Negare il tempo delle riforme non significa una mancanza di intelligenza antropologica? Un altro risvolto dell’utopia liberista?

La centralità dell’esame dei mercati può essere accettabile soltanto se si crede che essi operino perfettamente informati e senza alcuna tentazione speculativa. Io non ci credo. E allora sostengo il ritorno di regole per limitare i danni di una finanza disconnessa con i tempi e le logiche l’economia reale. Dal 2008 a oggi, invece, non abbiamo fatto niente di tutto questo e ora stiamo mettendo sotto processo il nostro sistema fiscale, che è la vittima, non il problema. Guardi la Cina, che sta dosando con cura successive ondate keynesiane, conducendo la società per mano verso la crescita. Vede, il capitalismo non ha bisogno soltanto di borghesia, ma anche di un certo tipo di borghesia. E per fare questo ci vogliono tempi che la finanza non pensa e non acconsente.

Tornando alla Grecia, cosa pensa dei tagli, ai salari e allo stato sociale?

Di principio è inaccettabile che i greci si vedano imporre condizioni di vita così impari rispetto a quelle degli altri europei. In assenza di soluzioni di più ampio respiro, però, il taglio degli stipendi è l’unica condizione per attrarre gli investimenti che servono al paese per tornare a crescere. L’economia greca, infatti, è per un terzo dipendente dal mercato internazionale, e l’unica condizione perché le cose cambiano è un’alta competitività in termini di prezzi e di costo dei salari. Io credo che, per quanto crudele, questa prospettiva nel breve termine pagherà.

In qualche modo, però, questa competizione sul prezzo dei salari e non sulla competitività è un adeguamento verso il basso, nella competizione globale. Il contrario della prospettiva progressiva del New Labour?

È proprio così. Visto che l’Europa ha dimostrato di non avere il coraggio e la generosità di investimenti per salvare la Grecia dalla bancarotta, non c’era scelta, d’altronde. Mi sembra, in altre proporzioni, quello che sta succedendo in Italia, dove per attrarre capitali ci si attacca al mercato del lavoro, senza accompagnare i dovuti cambiamenti in questo campo con politiche infrastrutturali e di sviluppo. D’altronde, siamo sempre lì, senza l’iniziativa europea mancano i fondi per fare altro.

Questo cosa significa, come sostengono in molti, che rimane un sola strada obbligata? Significa la crisi, a livello nazionale, delle culture politiche tradizionali?

C’è una grande crisi della democrazia, inutile negarlo. Dal mio punto di vista, però, il modello americano ha dentro di sé tutte le risorse per reagire. In una prima fase, ha messo in piedi una serie di riforme antispeculative in campo industriale. Questo ha dato robustezza al sistema produttivo ma non ha impedito la crisi del ’29. Poi sono seguiti strumenti che hanno dato stabilità fino all’ondata deregolatrice. Ora tocca tornare indietro.

Strette in questi vincoli, allora, quali possibilità restano alle forze riformiste per distinguersi da quelle conservatrici?

Rimaniamo alla Grecia. Papandreou avrebbe potuto sin da subito pretendere che il debito greco finisse in larga parte in mano pubblica. Ciò avrebbe dato l’autonomia e il tempo necessario alle riforme e a quel cambiamento profondo delle mentalità e della società che permette la crescita e lo sviluppo. Questa è una ricetta senz’altro riformista. Oggi, invece, si va verso un default pilotato, diluendo i problemi del tempo, pur di dare la possibilità a Italia e Spagna di tirarsi fuori dai problemi. In parte, ma con il sacrificio della Grecia, purtroppo, è stata capita la lezione.

(apparso su Europa del 16 febbraio 2012)






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