Simone Verde


7 febbraio 2012
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Nostalgia del futuro

La collezione Guggenheim al Palaexpo di Roma

 
7 Richard Estes

Viene quasi nostalgia, a camminare negli ampi spazi bianchi del Palazzo delle Esposizioni di Roma, davanti alle opere della collezione Guggenheim (L’avanguardia americana, 1945-1980, fino al 6 maggio). Quasi nostalgia dell’intellettualismo della modernità industriale, dei dibattiti estetici di quei decenni, del ruolo attivo del mecenatismo. Per non dire, di una relativa marginalità del mercato dell’arte, dei suoi talent scout e dei suoi mercanti, obbligati comunque a giustificarsi con i mezzi della critica. Niente moralismi, ovviamente, ma negli anni americani del dopoguerra si avverte un po’ più di tempo per la riflessione, più seduzione e meno aggressività, un po’ meno di speculazione e tanto slancio al  futuro. Forse anche una certa ingenuità ottimistica. Così, è.
La rassegna al Palaexpo coincide con un nuovo protagonismo del Guggenheim, che lavora a una nuova sede a Helsinki e Abu Dhabi, ed è resa interessante da una decina di scelte poco convenzionali, tutte all’inizio del percorso. Un Clyfford Still a metà tra Miró e Picasso, due Pollock, influenzati anch’essi dal pittore spagnolo, un Rothko carico di accenti surrealisti, e così via. Insomma, l’ascendenza europea alle origini dell’arte americana, e la rapida liberazione dai maestri che coinciderà con la grandezza crescente delle tele in cui si chiede allo spettatore di perdersi misticamente nel colore. Non sorprende, certo, che l’intellettualismo dell’arte europea venga diluito presto nel sentimento olistico di una terra sconfinata, dove la natura la fa da padrona. Ma gli Stati Uniti, dediti per tutto l’Ottocento al sublime in pittura, avrebbero stravinto presto anche nell’estetica industriale. Ma senza rinunciare alle proprie radici.
Lo raccontano le ultime sale, assieme al concettualismo di Kosuth e Morris, al minimalismo di Andre, Judd e Ryman, fino all’esuberanza consumistica dell’arte pop. Sempre, un’attenzione per la qualità percettiva delle opere, la voglia di svelare nuove dimensioni emotive che fanno della cultura americana una modernità alternativa a quella europea, con profonde radici nello spirituale. Una weltanschauung tanto cara al collezionista italiano Panza di Biumo che la mostra, piena di bellissimi pezzi ma priva di spina dorsale – la solita rassegna di figurine -, con un catalogo dove c’è il solito per il Palaexpo il ridondante saggio con vista dall’Italia, ma neanche una scheda di una singola opera o artista, rischia però di lasciarci sfuggi.

Nell’immagine, una tela di Richard Estes, ritratto iperrealistico in pittura del Guggenheim di New York






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