Simone Verde


2 febbraio 2012
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Il meridiano mistico e ribelle

Pacific Standard Time: 60 mostre sull'arte di Los Angeles

 
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Vissuta pericolosamente e lontana dai grandi circuiti del mercato, l’arte della West Coast rischiava di subire la sorte cui si era votata: scomparire in buona parte. Messa in ombra da New York, infatti, questa pagina densa di storia culturale, costruita spesso nell’effimero della vita, rimaneva priva di un lavoro di ricostruzione critica e storica. Opere estemporanee, murales, happening e performance di cui si andavano perdendo tracce e documenti. E invece no, in piena crisi della sua concorrente, Los Angeles si prende la rivincita con un’operazione faraonica. Dieci milioni di dollari per oltre sessanta mostre in altrettanti musei nella regione metropolitana, tutte orchestrate dal Getty Centre nell’ambito di un decennale progetto di recupero destinato a fare epoca. Pacific Standard Time (fino a fine aprile), una rivelazione della città a se stessa, punteggiata di piacevoli sorprese.
Non solo documenti ritrovati ma anche opere saltate fuori per miracolo, come i 66 sign of Neon, mega installazione di Noah Purifoy fatta con le macerie della rivolta di Watts del 1965, della quale è stato fortuitamente ritrovato un pezzo grazie alle ricerche intraprese. Storicamente la partenza è la stessa che a New York, e coincide con l’arrivo dell’arte moderna europea. Nella collezione Arensberg, innanzitutto, ma anche attraverso il passaggio di alcuni protagonisti come Man Ray, Salvador Dalí e Marcel Duchamp. Cosicché, come spiega la prima sezione della mostra al Getty, anche la California ebbe il suo espressionismo e il suo surrealismo. Sarà la luce del Pacifico, la vicinanza dell’Oriente e la presenza di Hollywood o l’energia di una regione tanto sismica, però, ma qui ogni movimento si fa immanente. Si tinge di edonismo e di una sorprendente forza spirituale al punto che l’influente critica Rosalind Krauss avrebbe parlato di « sublime californiano ».
Al MCASD di San Diego, per esempio, raccontano che il minimalismo e l’arte concettuale a Los Angeles hanno rigettato i formalismi dell’estetica industriale, mantenendo il colore e optando per la dimensione mistica. Come nelle opere di James Turrell o del primo Robert Irwin, tutte iscritte in un movimento dove è la forza spirituale della luce a rivelare la forma: Surface, Light, Space. La seconda radice dell’arte californiana, abitata da comunità in dialogo e in perenne battaglia per i diritti, è raccontata in numerose iniziative. Una storia magmatica, inaugurata nel 1965 dalla rivolta dei neri, poi dei latinoamericani tenuti ai margini ma spediti per primi a farsi massacrare in Vietnam.
Tante sono le retrospettive dedicate ai Chicano, prima tra tutte quella al LACE di Los Angeles, con particolare attenzione al collettivo Asco, protagonista di un’arte pop e informale dell’impegno fin ora piuttosto snobbata dalla critica. All’OCMA e all’UC Berkeley Art Museum, invece, è la corrente più ortodossa, quella della contestazione artistica prima che politica, che viene ricordata. Innanzitutto, nei laboratori dell’estremo di Chris Burden che nel 1974, si fece crocifiggere con chiodi veri sulla carrozzeria di un maggiolino, definendosi “scultura”. Altrove si ricostruisce il dinamismo del ricchissimo movimento Gay, gli happening femministi di Suzanne Lacy o il percorso di David Hammons, come punta della specificità dell’arte nero-californiana.
Tantissime, infine, le retrospettive per i singoli artisti confluiti nella scena internazionale, David Hockney, Paul McCarthy, Ed Ruscha e così via, tutti legati alla temperie imposta dal genius loci californiano. Poco formalismo, temperato in tanta esuberanza emotiva o intellettuale, e un’acuta sensibilità per il passaggio effimero della vita – come si è visto – riletta da Pacific Standard Time come la cifra culturale di una comunità multipla. Un’operazione critica che rischia di fare scuola, come fu per i Magiciens de la terre del Centre Pompidou che nel 1989 aprì alla globalizzazione o per Sensation, nel 1997 alla Royal Academy di Londra sotto gli auspici di Saatchi &Saatchi, che inaugurò la prima bolla speculativa dell’arte. Non sono proprio la riscoperta delle tensioni globali nel locale, i linguaggi vernacolari di un’arte sostenibile – assieme a nomi nuovi da immettere sul mercato – a costituire le preoccupazioni del presente? www. pacificstandardtime. org

Da Saturno del 13 gennaio 2012






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