Simone Verde


1 febbraio 2012
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Verità in movimento

Una mostra sulla storia della danza al Centre Pompidou

 
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«L’uomo non è più artista – scrive Nietzsche nella Nascita della tragedia –, è diventato opera d’arte». È il 1872 e il filosofo traccia in poche parole quello che sarà il programma della danza moderna e contemporanea. Un secolo e mezzo di ricerca in mostra fino al 2 aprile al Centre Pompidou di Parigi. Danser sa vie, l’itinerario estetico e culturale, cioè, che tenterà la sovrapposizione di arte e vita. Continua Nietzsche: «Attraverso il canto e la danza, l’uomo manifesta l’appartenenza a una comunità superiore, disapprende a camminare e a parlare. Danzando, è sul punto di volare». Ritrova, cioè, la sua natura spirituale, come daranno a vedere Nijinsky, Mary Wigman e Martha Graham nelle loro coreografie. A pesare in questo debutto misticheggiante, certo, è l’intrusione improvvisa nella storia dell’irrazionalità delle masse nella prima delle crisi cicliche del capitalismo. Il passo, però, è ormai compiuto, la verità non è più statica, è dinamica. Si manifesta nell’eterno presente della modernità industriale, dove la danza è la forma espressiva strategica.
La mostra comincia con il dibattito a cavallo tra i due secoli, ricostruendo – anche in una bella antologia di testi critici – i tentativi di rappresentare il movimento nei generi tradizionali dell’arte. I curatori, Christine Macel e Emma Lavigne, infatti, hanno mobilitato opere di Kupka, Kirchner, Picasso, Matisse, Mondrian, Kandinsky e tanti altri, dove il valore spaziale del colore, la nevrosi del tratto o la sovrapposizione delle linee, sono tutti mezzi per arrestare in un fotogramma il perpetuo divenire dell’essere. Non sono stati dimenticati, ovviamente, gli esperimenti coreografici di Severini, Sonia Delaunay, Picabia, dei dadaisti e tanti altri, che si sono rivolti alla danza per tentare ciò che in pittura o in scultura non sembrava proprio riuscirgli. Questo per l’arte moderna. E per il contemporaneo?
Con l’esplosione dei generi e la moltiplicazione dei linguaggi, la danza sarebbe diventata il luogo privilegiato della ricerca. Come qualificare, infatti, gli happening, dove l’opera è il succedersi di avvenimenti che accadono in una stanza? O i dripping di Pollock che registrano il movimento fisico dell’artista posseduto dalle forse spirituali che governano il mondo? E il teatro, che predilige sempre più l’astrazione performativa sul corpo? Teatro-Danza, l’avrebbe definito Pina Bausch, interpretando il passaggio epocale. Anche qui, la mostra non dimentica niente, e tramite i video degli spettacoli e le opere degli artisti, documenta il ruolo della danza come cuore strategico dell’arte contemporanea. Dei circa cento autori esposti, però, non c’è neanche un coreografo italiano. Scelta ingiusta, ovviamente, ma che si deve a un paese diviso, velleitariamente attaccato alle radici classiche, ricco di individualità visionarie ma privo di un sistema dell’innovazione. Per rilanciare la creatività, allora, chi è pronto a investire in un laboratorio stabile della danza contemporanea?

Apparso su Saturno del 9 dicembre, supplemento culturale del Fatto Quotidiano






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