Simone Verde


9 gennaio 2012
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Viva Guercino (e la crisi)

La mostra e il Palazzo Barberini ritrovato

 
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Perché non va sempre così? Come a Palazzo Barberini con la mostra Guercino, Capolavori da Cento a Roma, a cura di Fausto Gozzi (e Rossella Vodret). Le sale dell’ex Circolo ufficiali, le ultime che mancavano in dotazione alla Galleria d’arte antica, sono state appena rimbiancate, il parquet in pochi punti riparato e poi, spazio alle opere. A confronto con la Disneyland dei piani superiori – mura tinteggiate di colori pastello e pavimenti in cotto finto antico – sembra quasi di stare in un museo nazionale. Ineccepibile anche l’allestimento, sobrio, chiaro, tanto per strutturare la sequenza delle tele nello spazio. Nella presentazione alla stampa, qualcuno ha giustificato i pochi mezzi con la crisi. E allora, evviva la crisi. Dovuta alla penuria di fondi, si immagina, è anche l’assenza di prestiti internazionali. Un po’ un peccato, soprattutto pensando al ritratto di Gregorio XV al Getty Museum. Ma in fondo, nel museo diffuso di Roma c’era bisogno di scomodare opere fragili e lontane? No, e per questo la direttrice della Galleria, Anna Lo Bianco, cominciando da casa propria, ha voluto giustamente lasciare la Flagellazione di Cristo al terzo piano del palazzo. Meglio evitare spostamenti che costano e che comportano rischi. E meglio invitare chi viene a vedere la mostra a fare un giro per la collezione. Sempre con lo stesso spirito, vengono offerte visite guidate nei luoghi del Guercino. Anche in quelli praticamente inaccessibili, come nel casino dell’Aurora Ludovisi, dove si può vedere anche un celebre quanto sconosciuto al grande pubblico “affresco” a olio del giovane Caravaggio. Poi, ovviamente, è consigliato un pellegrinaggio alla mastodontica Sepoltura di santa Petronilla ai Capitolini. Certo, il modello sarebbe da rodare, il catalogo (un po’ leggero e a 35 euro) da arricchire, l’apparato museografico, pure, ma la strada è quella giusta. Versante pubblico c’è da sbrigarsi, perché la sobrietà è rara. Ad andare in scena fino al 29 aprile 2012, infatti, è tutta la raffinatezza di una delle personalità più significative e originali del Seicento. Pittore quasi autodidatta il cui arrivo a Roma, dopo un proficuo pellegrinare tra Bologna, Venezia e Cento – città natale – coincise con l’elezione di Gregorio XV a papa. Tre brevissimi anni di pontificato, dal 1621 al 1623 in cui vennero aperti importanti cantieri e trionfò per la seconda volta, dopo la stagione dei Carracci, la scuola emiliana. Guercino, che per il pontefice Ludovisi aveva lavorato in passato, fu tra i primi a essere convocato, ricevendo commesse non tutte compiute. Ma portando con sé la sua maniera inconfondibile, intrisa di sensibilità spirituali nordiche e di colorismo veneziano, anche se poi progressivamente temperata nel classicismo romano. Una resa tutta speciale dello spazio che secondo alcuni andrebbe riduttivamente attribuita alla cecità di un occhio (da cui il nome). Ma che – essendo la pittura un fatto formale e non tecnico-virtuosistico – la si deve più probabilmente all’incrocio tra l’intellettualismo manierista e il realismo plastico del barocco. Famose di Guercino, infatti, sono le composizioni romboidali, dove i personaggi vengono schierati come attorno a una losanga, contraddicendo il rettangolo statico della tela e dinamizzando la rappresentazione. Un tutto in movimento, secondo i dettami controriformisti e con riferimento al Ludovico Carracci, dove la fa spesso da vero protagonista un cielo cupo al tramonto, dipinto con un blu cobalto pieno di lapislazzulo, a significare la bellezza passeggera di un tempo drammatico carico di consapevolezza e di capacità, quanto di guerre, flagelli e culto del potere. Una tela particolarmente indicativa, tra le tante in mostra, è la Madonna della Ghiara, dove Maria, san Pietro penitente, san Carlo Borromeo, un angelo e il donatore incorniciano nello spazio un crepuscolo di impietosa cupezza. Per Guercino, infatti, la verità non ha niente a che vedere con il rischiarare metaforico della luce, ma con il buio del giorno del giudizio, quello che trascinerà via la terra assieme a tutte le stelle. Altra opera indicativa, è la celebre Et in arcadia Ego, già nella collezione di palazzo Barberini e oggetto di un notissimo saggio del Panofsky. Due pastorelli nel mezzo di una boscaglia fertile che sembra il paradiso, rivolti con preoccupato stupore verso un teschio in decomposizione mentre di lontano tuonano i soliti nuvoloni. Che il motto nell’opera si riferisca allo spettatore o all’autore, l’avvertimento non cambia: la morte, con il suo significato morale, abita anche l’Arcadia. Non lesina i suoi avvertimenti, cioè, neanche nello spazio illusorio dell’arte.

(Da Europa del 26 dicembre 2011)






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