Simone Verde


9 gennaio 2012
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Noia elettorale

Max Gallo e la campagna per le presidenziali francesi

 
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«Un voto che appassiona pochi». Così Max Gallo, storico e accademico francese, intellettuale di punta della stagione di François Mitterrand e da sempre pensatore originale, animatore del dibattito politico. Il quale denuncia la crisi profonda dell’Unione europea e «l’immobilismo seguito alla cessione di sovranità da parte degli stati nazionali, condannandoli al probabile declino». Quanto allo scontro destra-sinistra «le due categorie, malgrado le tensioni della crisi, continuano a non avere senso – afferma –. Lo si vede dalla difficile distinzione programmatica tra i candidati in campo, ma anche dalla scarsa presa della gauche. Che non sfonda neanche con un presidente indebolito dalla disoccupazione e dalla stagnazione».

Cosa pensa della campagna elettorale per le presidenziali?

Non è ancora cominciata, o quanto meno è appena agli inizi. Nicolas Sarkozy, infatti, non si è presentato e dovrebbe farlo verso febbraio o marzo, per imporre un’accelerazione al confronto elettorale e ricompattare l’elettorato di destra. Quello che è certo è che, per il momento, c’è molta confusione. Proliferano candidati minori, favoriti dalle difficoltà del governo e non si capisce bene qual è il profilo culturale del Partito socialista, quale sarà la geometria delle sue alleanze. C’è un certo caos, insomma, ma la discesa in campo del presidente chiarirà di sicuro la situazione.

Nel 2007, in una sua intervista a Europa, lei denunciò la fine della divisione tradizionale tra destra e sinistra, assieme a quella delle categorie politiche del Novecento. La crisi, tuttavia, sembra riaccendere vecchie contrapposizioni.

Si tratta di un effetto ottico. Benché il problema della disoccupazione e delle nuove povertà sia reale, è impossibile tornare indietro. La deindustrializzazione è un fatto e la contrapposizione tra lavoratori e imprenditori all’interno degli stati nazionali nella competizione globale continua a non avere senso.

Sarkozy ha voluto interpretare questa nuova stagione, chiamando al governo numerosi socialisti e promettendo dignità e pragmatismo alla politica. Con quali risultati?

Le elezioni del 2007 non sono state solo un meritato successo dopo una campagna elettorale aggressiva e coraggiosa. Sono state anche una vittoria della politica, poiché hanno visto un’inedita partecipazione. Sarkozy, poi, ha aperto numerosi cantieri, sia sul piano nazionale che su quello internazionale. Purtroppo, però, con la crisi il suo mandato è diventato una corsa a ostacoli. Difficile che la Francia potesse imporsi contro gli Stati Uniti o il Fondo monetario internazionale. Malgrado iniziative indubbiamente positive, la sua posizione, infatti, era difficile. Bisogna essere obiettivi: anche in presenza di meriti certi, mai, di fronte all’aumento della disoccupazione e a una crisi di questa portata, un presidente in carica è stato rieletto. E credo che le presidenziali del 2012 non faranno eccezione.

Come giudica la campagna di François Hollande? Come sta tenendo assieme il ritorno di una certa conflittualità “di sinistra” e il pragmatismo richiesto dalla politica contemporanea?

Conosco bene Hollande poiché è stato mio capo di gabinetto nel 1983, quando ero portavoce di Pierre Mauroy, allora capo del governo. È un uomo di talento, ma per il momento non si è proprio capito dove vuole andare. Non si vedono neanche differenze profonde tra destra e sinistra. Tanto più che la piattaforma unitaria del partito è stata di fatto accantonata e si attende la presentazione del programma personale del candidato presidente, che dovrebbe avvenire a gennaio. In ogni caso, non si può andare in giro a dire che l’Unione europea dovrebbe cambiare regole e accordi, quando si sa benissimo che ogni vertice è fatto di trattative estenuanti spesso inconcludenti. Non credo che al posto di Sarkozy, insomma, un altro potrebbe fare meglio.

A proposito di Europa, come fare in modo che la mancanza di una vera politica monetaria, impossibile per l’assenza di un coordinamento economico tra gli stati, strozzi la crescita?

È l’enigma da sciogliere e che ci sta stritolando. Non vedo molte vie d’uscita. Ci sarebbero, per la verità, due opzioni. La prima, cui credo poco, è che si rompa la gabbia in cui ci troviamo, restituendo nuovo potere ai livelli nazionali. Soltanto il crollo dell’euro renderebbe possibile questa prospettiva e, sebbene in astratto sarebbe auspicabile, in concreto non c’è proprio da augurarselo. La seconda possibilità è quella che già si sta concretizzando, dove la Banca centrale europea si impossessa di sempre maggiori quote di debito sovrano, funzionando da prestatore di ultima istanza. Non serve a fare una politica monetaria a tutti gli effetti, ma almeno rassicura sulla tenuta dei conti nazionali nel contesto di bassa crescita.

Non si tratta, però, di una prospettiva che ci condanna al declino?

Direi proprio di sì, a medio e a lungo termine. Ma ci siamo infilati in una situazione talmente intricata che non vedo alternative. Da qui, probabilmente, la poca passione con cui – lo dicono i sondaggi – i francesi seguono questa campagna elettorale e il confronto tra Hollande e Sarkozy. Un’apatia su cui contano candidati come Marine Le Pen e François Bayrou, per passare al secondo turno.

Voterà per Sarkozy anche questa volta, come nel 2007?

Non so. Comunque sia sono un accademico e uno scrittore e non ho nessuna intenzione di schierarmi. Parteciperò, come ho sempre fatto, al dibattito intellettuale.

 

(Pubblicato su Europa del 29 dicembre 2011)






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