Simone Verde


21 dicembre 2011
Twitter Facebook

Alexandre Kojève, un problema di autorità

L'ultima traduzione, a cura di Marco Filoni

 
ak.8-e1324465031466

Il sogno di ogni filosofo politico è un governo dove non ci sia bisogno del ricorso alla forza, neanche di quella legittima, per ottenere il rispetto dell’Autorità. Dove l’Autorità calza come un guanto sui singoli cittadini, al punto da farli abdicare liberamente a ogni resistenza. Nel 1942, in piena occupazione tedesca, le condizioni di questo ideale congegno costituiscono il rovello di Alexandre Kojève, uno dei più originali pensatori del Novecento. Ricerca affidata alla Nozione di Autorità, piccolo e teoreticamente densissimo testo, edito per la volta in Italia da Adelphi con l’ottima cura di Marco Filoni.
Di origini russe ed emigrato in Francia nel 1920, Kojève finì la sua vita nella diplomazia francese, bestia nera degli americani per le sue capacità ineguagliabili nel concludere trattative a proprio vantaggio. A latere di un’azione diplomatica condotta negli interessi della Francia, la sua produzione speculativa veniva affidata ai ritagli di tempo e stratificata in una quantità insospettata di carte scoperte dopo la morte. Un vero e proprio “filosofo della domenica” – come ha scritto di lui Filoni – responsabile, nondimeno, di una nuova ondata di studi e di simpatie hegeliane per il semplice fatto di aver animato un corso sulla Fenomenologia dello Spirito.
Negli anni di Vichy e della massima espressione della violenza in politica, l’autore deduce fenomenologicamente quattro forme elementari di Autorità. Quella del Padre, quella del Signore, quella del Capo e quella del Giudice. Anche se l’autore si astiene dall’indagine ontologica, nel movimento interno e nel passaggio dall’una all’altra di queste figure si avverte il ritmo della dialettica hegeliana così come riformata da Kojève. In tutte, cioè, prevale la dinamica progressiva di individui liberi che si appropriano del mondo e perseguono il riconoscimento di sé nell’altro. Ma quale altro, nel mezzo della Seconda guerra mondiale, nei mesi dei rastrellamenti antisemiti della Gestapo? Sta probabilmente in questo interrogativo il senso di un libro in fondo aperto, scritto da un uomo che ha partecipato alla resistenza e che non ha mai disgiunto teoresi da vita attiva. Che ha praticato la dialettica come arte del convincimento, come mezzo per realizzare nella storia quell’unità del mondo promessa dal pensiero. In questo, Kojève è il prototipo dell’intellettuale del Novecento, tutto teso a portare a conclusione l’epopea – oggi leggibile nelle sue implicazioni disastrose – che prometteva all’uomo di appropriarsi dell’universo.






0 Commenti



Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>