Simone Verde


20 dicembre 2011
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Protezionismo o autarchia?

L'ultimo terreno di scontro delle presidenziali francesi

 
MadeInFrance-1

Da un lato un nuovo slancio per l’Europa, dall’altro il protezionismo produttivo in nome dell’interesse nazionale. È il crinale affilato su cui corrono le battute più recenti della campagna elettorale per le presidenziali di aprile. «Produire français», lo slogan storico del leader comunista Georges Marchais, è ora incredibilmente sulla bocca di tutti. Del presidente Nicolas Sarkozy, innanzitutto, che martedì scorso, in visita alla fabbrica di sci Rossignol, ha dichiarato: «Tutti dicono di comprare francese. Io preferisco parlare di produrre francese». Affermazione significativa, tenendo conto che questa impresa dall’alto valore storico per l’industria nazionale, nel 2008 ha delocalizzato parte della produzione in uno stabilimento a Taiwan. Nel dire «tutti», in realtà, Sarkozy faceva riferimento al candidato centrista François Bayrou che è stato il primo a riprendere il vecchio motto comunista per la sua campagna elettorale. Il tema, però, non va di moda soltanto a destra o nella sinistra ex comunista e trotzkista, ma è stato evocato anche dal candidato del Ps François Hollande. In maniera politicamente più fine per la verità, eludendo gli accenti protezionistici, ma parlando comunque nel suo programma di «un patto produttivo per preparare il futuro». Dove si punta, ovviamente, a investire sull’eccellenza e su un più stretto rapporto tra produzione e vocazione del territorio, come chiave per rilanciare il made in France. D’altronde il commercio a chilometri zero, il rapporto tra agricoltura e caratteristiche locali, la ripresa delle tradizioni culinarie per rilanciare prodotti Dop non sono forse dei cavalli di battaglia della sinistra, in particolare ecologista? Fin qui niente di male, cioè, soprattutto se si tratta di un maggiore rispetto ambientale. Peccato, allora, che a essere in gioco in questo nuovo tormentone politico sia la capacità di attrarre un 20 per cento di votanti legato alla produzione agricola e industriale, impaurito e precarizzato dalla globalizzazione ed elettoralmente assai mobile, come dimostrano tutti i rilevamenti statistici, pronto a passare con molta facilità dall’estrema sinistra all’estrema destra e viceversa. Il tema del made in France, cioè, rappresenterebbe un riferimento simbolico alle vecchie virtù produttive del paese, un feticcio della forza ormai scomparsa dell’economia nazionale. A sostenerlo è il direttore dell’importante istituto di sondaggi Bva, secondo cui l’argomento condenserebbe «la lotta contro gli effetti nefasti della globalizzazione, la lotta contro una disoccupazione oggi quasi al dieci per cento e la dignità del voto operaio». Troppe cose, insomma, perché venga tenuto lontano da accenti demagogici e rimanga confinato al dibattito sulla sostenibilità dello sviluppo. Lo dimostra anche un altro sondaggio apparso a metà ottobre, secondo il quale il 54 per cento dei francesi sarebbe favorevole a politiche di tipo protezionistico. E l’Europa? E il mercato comune? Proprio qui sta la contraddizione, particolarmente stridente in Nicolas Sarkozy, negli ultimi tempi protagonista di un inedito attivismo a sostegno dell’Ue e dell’Euro. Il quale, però, per non scontentare il suo elettorato più di destra, sempre più deciso a votare Le Pen, si trova costretto a lanciare proposte poco in linea con il liberalismo che idealmente dovrebbe caratterizzarlo e con cui ha vinto le elezioni del 2007. A cominciare dall’istituzione di un “marchio Francia” da mettere su tutte le merci prodotte nel paese, come sostegno all’industria nazionale e all’occupazione. Una scorciatoia, in ogni caso, anche per coprire le responsabilità della deindustrializzazione degli ultimi anni.






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