Simone Verde


13 dicembre 2011
Twitter Facebook

L’iper-presidente accerchiato

L’attivismo europeo non basta a Sarko: i sondaggi lo danno ko

 
L’iper-presidente accerchiato

È costretto a fare equilibrismo, Nicolas Sarkozy, in una campagna elettorale che si presenta molto più complicata del previsto. In crisi dopo aver mantenuto ben poche delle promesse di rinnovamento con cui aveva guadagnato la fiducia degli elettori, il presidente, non ancora candidato ufficialmente per succedere a se stesso, non solo resta in basso nei sondaggi, ma si vede assediato da destra e dal centro.
Secondo l’ultima rilevazione – datata ieri – il candidato socialista François Hollande sarebbe vincente al 53 per cento, con qualsiasi geometria nei due turni, mentre Sarkozy, sconfitto sempre e comunque (con il 43 per cento), si ritroverebbe con uno scarso 26 per cento al primo turno. Dato preoccupante, per il presidente uscente, è che Marine Le Pen è al 13,6 per cento e il candidato centrista, François Bayrou, è al 13, fotografando la realtà di un elettorato conservatore diviso e poco convinto.
Questo senza contare il pulviscolo degli altri candidati moderati: Dominique de Villepin, Hervé Morin, Christine Boutin, Nicolas Dupont-Aignan, accreditati all’uno per cento ciascuno. È crisi profonda, insomma.

Tra Bayrou e Le Pen
Che la situazione sia critica, in realtà, Sarkozy lo sa da un bel po’. E lo si è visto con l’alternarsi schizofrenico di linguaggi e di strategie politiche. I consiglieri sono sempre gli stessi. Per i rapporti con l’elettorato moderato, Henri Guaino, storico di professione, appassionato di Francia napoleonica, dall’inizio teorico dell’apertura ai socialisti dell’era Mitterrand nella formazione del governo e della ricomposizione dei conflitti sociali e interculturali entro il quadro di un nuovo patto repubblicano di stampo gollista.
Per i rapporti con il Front National e con il suo elettorato, invece, c’è Patrick Buisson, ex giornalista reazionario, autore dei discorsi più polemici, degli interventi più pesanti e roventi sulla sicurezza e contro gli immigrati. Entrambi essenziali, nel 2007, per una campagna basata sulla denuncia della crisi dello stato e per una proposta conservatrice di rifondazione della legalità. Il tutto in una sintesi riuscitissima di denuncia e di promesse che avrebbe portato al trionfo elettorale. Una sintesi, però, che proprio non riesce più.
Non riesce più, malgrado i tentativi velleitari di rimetterla in piedi, sperimentati negli ultimi mesi. Da una parte con discorsi come quello di Grenoble del 30 luglio scorso, dove si tornava a insistere sul problema della sicurezza, dell’integrazione e del multiculturalismo, o come quelli che a partire da marzo, evocano – cosa inusuale per un paese come la Francia – le radici cristiane dell’identità e della storia nazionale.
Dall’altra, con la riscoperta tardiva del ruolo di garanzia ecumenica del presidente e della sua centralità nella politica estera, come si vede nell’attivismo europeo di questi ultimi giorni. Una centralità che ha quasi sempre agevolato agli eletti la rielezione, mantenendoli in una distanza quasi monarchica con la politica, ma inizialmente trascurata da Nicolas Sarkozy – spesso accusato invece di ingerenze ai danni del primo ministro, François Fillon.
Dopo cinque anni al potere, però, la sintesi tra i due orientamenti, la doppia retorica di lotta e di governo, proprio sembra non riuscire. E alle promesse di grandeur, chi ci crede più?

La strategia di Hollande
Lo denuncia da giorni François Hollande: «Le promesse di una rifondazione dell’Ue sotto l’egida francese sono vuote promesse elettorali». Le ennesime, che il candidato Ps giudica «dannose, prive di coraggio, scritte sotto dettatura del governo tedesco». Secondo lui, infatti, non portando a una maggiore integrazione strategica ed economica tra gli stati membri, e limitandosi a forme di rigore contabile, non sarebbero «all’altezza della crisi» e «saranno ritrattate interamente nel caso in cui a vincere le presidenziali sarà la sinistra. Per quanto mi riguarda – ha continuato ieri Hollande – voglio introdurre anche gli eurobond, forme di solidarietà, progetti di sviluppo e un fondo di aiuto finanziario. Tutto ciò che è richiesto oggi dai mercati». Che l’opinione negativa di Hollande sia condivisa dagli elettori, appare ancora una volta dai sondaggi che, da quando si è intensificata l’attività del duo franco-tedesco, danno Sarkozy in leggera crescita al primo turno, ma sostanzialmente stazionario nella sconfitta al secondo.
C’è poco da fare, insomma. Qualsiasi cosa faccia, il presidente non sembra capace di uscire dalle contraddizioni in cui si è cacciato da solo. Eroso a destra dal Front National che si presenta con l’immagine femminile e moderna di Marine Le Pen, il cui linguaggio, facendolo suo, è stato lui stesso a sdoganare. Poco creduto dai moderati, che avrebbero voluto riforme, promesse mantenute, fatti. E che, tradizionalmente più attenti ai contenuti della politica, sembrerebbero preferire François Hollande o la dispersione centrista piuttosto che ricompattarsi a destra.
A fronte di questa situazione caotica, poi – deriva naturale di un campo incerto – si vanno moltiplicando le polemiche e gli scontri interni all’Ump. Primo tra tutti quello tra l’ex sottosegretario Rachida Dati e il primo ministro Fillon, che ha deciso unilateralmente di correre al suo posto per il seggio di Parigi. Di fatto, sbarrandole così la strada nella corsa alla successione di Delanoë al comune, nel 2014. «Il suo arrivo è una scorrettezza grave, grave, grave», ha attaccato ieri la Dati, nell’ultima delle faide interne a un partito senza bussola.

(apparso su Europa il 13 dicembre)






0 Commenti



Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>