Simone Verde


8 dicembre 2011
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L’Est postcomunista e la religione del denaro

Marta Jovanovic al Museo della Civiltà Romana

 
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Il 4 maggio 1980 la notizia lascia attoniti milioni di iugoslavi: è morto Josip Broz Tito. Non è enorme? Nel 1976 lo stesso smarrimento, la stessa paura per il salto nel vuoto aveva assalito settecento milioni di cinesi nella terribile notte del 9 settembre: Mao se n’è andato.  Ecco ripetuto per l’ennesima volta l’orribile panico subito da centinaia di milioni di russi nel 5 marzo del 1953: Stalin, tragicamente, non c’è più. Sempre a milioni – e tra questi milioni la piccolissima Marta Jovanovic – avrebbero seguito sul ciglio dei binari o davanti ai teleschermi gracchianti del regime il passaggio in treno della salma del leader solcare le campagne, i campi di grano, i borghi manufatturieri di una Jugoslavia sgomenta. La guardarono passare benefica come la reliquia di un santo, con la speranza che fertilizzasse per l’ultima volta il suolo, le famiglie e le industrie, che regalasse alle genti liberate ancora un po’ della sorti magnifiche e progressive. In altrettanti milioni, infine, avrebbero salutato il feretro incedente tra la folla ondeggiante di Belgrado, vestita a lutto e decisa ad affermare agli uomini di qualsiasi latitudine la natura divina del capo. Anche questa volta, Marta Jovanovic, in braccio ai nonni, era là.
Dal giorno seguente la scomparsa e dopo la funebre transumanza, il 25 maggio, data fausta dell’epifania del capo, il popolo avrebbe continuato a celebrare la sua nascita come potere vivificante della rivoluzione. Quasi a sostituire la Pasqua cristiana avrebbe fatto di tutto per ridestare ciclicamente la virtù magica socialista, il pensiero che si fa immediatamente espressione della realtà, volontà verificabile in un istante: Rivoluzione. Non c’è cultura o religione, in effetti, anche materialista o di stato, che non speri in qualche epilogo magico. E invece niente. Alla scomparsa del sommo maresciallo, nessuno dei culti resi alle virtù taumaturgiche della salma avrebbero scongiurato il declino. Ancora in milioni, assistendo alla disgregazione rapida del paradiso internazionalista, si sarebbero guardati attorno confusi alla ricerca di un nuovo idolo. Lo avrebbero trovato in un qualcosa più astratto e spirituale di un leader in carne e ossa, in un’entità spirituale sottoposta alle incostanze delle convenzioni simboliche e sociali, ma non ai processi della materia: il denaro. Furono dimenticate d’un tratto, così, le adunate oceaniche, i tributi, i pianti disperati. Tra le vittime di quella incomparabile amnesia, però, Marta Jovanovic, non ci sarà.
Marta, infatti, che la storia del suo paese l’ha attraversata e vissuta da vicino, nelle adunate oceaniche, nei canti entusiasti dei giovani, nelle scenografie spaventosamente perfette fatte di esseri umani, avrebbe maturato un profondo scetticismo, e non rimozioni. Lo scetticismo pieno di humour che si ritrova in tutte le sue opere, improntate a un’estetica del paradosso che mira a rivelare i meccanismi irrazionali di ogni immaginario. Persino di quello tecnologico e più intellettualisticamente astratto del contemporaneo. Era così per la sua ultima mostra, Fuck Art, Let’s dance, dove veniva provocatoriamente richiamata la promessa originaria della cultura contemporanea – l’identificazione dell’arte con la vita – prima che si rivelasse l’esiziale cedimento al potere irresistibile dei valori del mercato. Ora, lo fa portando a Roma gli strumenti della sua installazione, 25 maggio, realizzata a Belgrado la scorsa primavera, proprio in ricordo delle storiche parate per il compleanno di Tito. Cinquantaquattro manichini tutti uguali, vestiti come yuppie di tutto punto che sembrano i cloni della gioventù socialista. I quali, però, invece di rappresentare gli ingranaggi sociali della macchina industriale, recano come chierichetti di un nuovo potere il loro tributo pieno di speranza alle capacità autoriproduttive del denaro.
In fondo, suggerisce Marta, le difficili vicende di questo primo scorcio di secolo dimostrano che le società, persino le più sofisticate, non possono in alcun modo liberarsi dal ricorso ipotetico a un qualsiasi potere magico o extramondano per fondare la prospettiva di felicità con cui puntano a negare le idee inaccettabili del limite e della morte. Non stupisce, perciò, la fretta e l’ansia con cui – a Est come a Ovest – uomini e donne non abituati a fare i conti con il peso drammatico dell’autonomia spirituale, si sono proposti avanguardia di una nuova conquista del mondo, militando per l’eternità finanziaria sostitutiva del paradiso o della gloria socialista. Non a caso, la performance da cui trae origine questa mostra prevedeva la rievocazione in piccolo delle parate retoriche del regime, con un’incursione simbolica nella fede religiosa. Quella che, secondo la cultura evangelica all’origine dell’ordine globale, lega i valori virtuali del denaro alla benevolenza divina. Una credenza iscritta a chiare lettere su ogni dollaro, titolo dal valore incontrovertibile poiché pagato da Dio ai suoi fedeli con moneta contante: In god we trust. Cosa c’è, infatti, di più magico e divino, di creare il denaro dal denaro? Cosa di più religiosamente superstizioso dell’illusione di farlo sorgere dal nulla? Cosa c’è di più rispettabile e concretamente esistente di un Dio che batte moneta?
Non poteva esserci posto migliore, perciò, per questa mostra di Marta Jovanovic, del Museo della Civiltà Romana. Surreale mausoleo di un’altra religione laica, pari a quella della Jugoslavia di Tito e di quella della finanza. Faraonico giocattolo demagogico e pedagogico offerto al leader fascista dal più potente degli industriali che, con l’assenso dei gerarchi e con la riesumazione del genius loci, prometteva di emancipare gli italiani dalle campagne, per riportar loro le luci di una civiltà urbana che fu. Bei calchi di paccottiglia, vivificanti quanto maschere di morte, quelli fascisti, pensati per ridestare e far ammirare da vicino l’iconografia aggressiva e di conquista dell’antichità occultata da duemila anni di cristianesimo. Brillanti apparenze di plastica vuota, vestita di una scorza scintillante, quella dei manichini di Marta Jovanovic, pronti a mettersi in marcia anche senza testa, ma sempre con la carta di credito in mano. Verso un’ennesima eternità agognata – quella della virtualità finanziaria – che a quanto pare, però, ancora una volta non c’è.






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